FRANCA SONNINO
artista
Sempre più sono convinto che alcuni artisti segnici fioriti intorno al 1970, legati alla lezione dell'avanguardia storica, ma non per questo ligi ai suoi teoremi (come accadde per una certa gestalt o, anche per la minimal art) da Dorazio a...Twombly, da Strazza a Maria Lai, - e adesso Franca Sonnino che presento con viva commozione al Palazzo dei Diamanti in quella che è la sua maggior tappa di arrivo, - siano artisti che abbiano una durata e una forza al di là del concettuale e della neo pittura. E, per la verità, i maggiori pittori artepoveristi oggi non vogliono essere chiamati concettuali; e dire, per esempio, a Verna, che è un neo pittore, è per lui una limitazione nel suo "ismo", ci sta stretto. Infatti coloro che vennero dopo la pop art e non fecero i contestatori della società dei consumi, ma presero dall' "oggetto trovato" impiegato dai pop artisti un suggerimento di tessera, esercitarono il loro segno con cadenze materiche, ma non rinunciando al teorema avanguardistico, alla eredità loro venuta dai primi due decenni del nostro secolo.
Franca Sonnino in un primo momento ha attuato un tipo di traduzione fra immagine segnica e immagine materica, quasi con lo stesso spirito dei dada, rivilegiando il filo ad imitazione del segno fin quasi a mentirne la consistenza. E i suoi lavori prima del 1978 avevano una sorta di ambiguità o di bivalenza, erano fruibili idealmente e merceologicamente allo stesso tempo. Alla giusta distanza, infatti, universi di ammulinamenti sotto forma di paglie, o di spaghi, di cotoni o di bambagie o di lane o di qualsiasi altro tessuto che si creasse con mani febbrili dal segno al filo, erano come disegnati o dipinti, la crescita quasi impalpabile della tridimensionalità si intuiva per quel di piu di artigiano, di approssimativo, di muliebre,fragile e dispettoso, che specchiava il "manufatto"; "arte povera" era in certo senso più per quella presenza dimessa e ancillare del discorso segnico "rivestito" o vestito di spaghi, che non per i modi dell'arte povera, più polemica, ancora, nei confronti dell'informale e della pittura di cavalletto, in generale piu lontana dai paradigmi avanguardistici puri, così come aveva fatto, come "rottura", la pop art. Esser donna col filo, dunque, ma per filo e per segno esprimere il rigore di una mente lucida, cui simmetrie e geometrie, quanti e polivalenze fossero strutturali, al punto che ogni suggestione di natura, il paesaggio, l'oggetto ricostruito, non suonasse come un alibi ad una forma troppo pura, ma la verifica, se mai, di quella forma. E se dal 1979 al 1983 Franca Sonnino oscilla tra un rigorismo materico e una materia fantastica, tra oggetto astratto portato innanzi o dentro un'anima di fil di ferro rivestito dal cotone o dalla lana e simboli della realtà che si tramutano in oggetti ferrofilo-tessuti (le foglie, le nuvole, le ragnatele, fino alla incredibile scopa della strega, che vola sui bianchi muri espositivi lasciando una scia di ombre argentate), il risultato più alto e probante della pittrice romana è la sua immagine di poesia, scavata, lavorata, accarezzata come un condizione del fare poetico, del fare come vivere nella poesia, vivere come non è possibile diversamente, per lei, con le mani pensanti e attingere le tessiture o magliature, a calza, a uncinetto (magari anche operando in treno o in auto, questo spazio di fili da distendere successivamente in un habitat), dalla sua condizione di donna. E con essa il sorriso della favola, la inevitabile, affettuosa ironia, che non contesta ma individua una posizione della donna sempre spiazzata, Sempre "minore": come quando nelle Sue sciarpe tesse orizzonti di spiagge o di terre e le mette in bacheca, o quando con filo di rocchetto in bianco e nero fa scendere e salire diagrammi di forze pittoriche, ripercorre perfino certe linee portanti dell'espressionismo astratto, dell'action painting, dentro o sopra spazi abbrunati o candenti. Certo il pericolo dalla stessa pittrice avvertito era e fu sempre quello di calarsi in una interpretazione delle cose con una sigla data a priori, come se la sigla potesse tradurre tutto, col segno e col filo. Invece è il segno e il filo che fa da filtro a tutto, scarta e disciplina le poche cose che l'artista può "fare", anzi emancipare dal contesto dei simboli della visione. Si guardino pei esempio le sue ragnatele, in bianco, in nero, in oro, come siano, non la imitazione dell'arma del ragno, ma il modo come questo strumento diventi ombra di sé, fantasia di un progetto, ai un costruire, sia pur labile e difficoltoso; la ragnatela è il parlare, è il pensare o, magari, il sopravvivere, secondo doti e programmi segreti, della donna; la quale riesce ad appendere un muro al chiodo nel senso di fare di alcuni "mattoni all'uncinetto" l'uno legato all'altro, una sospensione, che capovolge l'idea sistematica delle cose, la serie dei mattoni esprime nell'aggetto, una sorta di trasgressione della fantasia, ne imita paradossalmente la statica. Ombre di cose perché le cose sono apparenze della realtà, mentre le ombre, per la Sonnino, sono le cose stesse in filigrana, sono i suoi invisibili ma riconoscibili teoremi, Klee insegna. Ed ecco allora organizzarsi sulle bianche pareti della sala del Palazzo dei Diamanti vestigia di librerie, che non sono l'imitazione artigiana e semplificata di una parte del tutto, ma il tutto diventato una parte consunta, superstite, dove la approssimazione dei contorni segnici raggiunta a mano con la pressione sul fil di ferro si sposa al nero di spenta ustione del "rivestimento". Sono già ombre, questi volumi di una ebrea che ha visto nei decenni coi propri occhi bruciare la cultura; e non soltanto quella dei falò nalisti, il deperimento e lo sfacelo di un'altra cultura, quella consumistica per esempio, sia nella casa che nella scuola. Muri su cui tremano ancora forme di libri quando la pittrice (con una vocazione al sopravvivere degli oggetti pari a quella di Morandi) getta, di segni bianchi tramutati in fili, le ombre, esprime una odissea di impronte che il segno rilevato lascia sul muro con l'incidenza della luce. Questo contrappunto di mezze esistenze e inesistenze, di ombre che esistono e ombre che sono create da ombre, assume, a mio avviso, significato lirico nel "muro", la cui trasparenza lo fa essere un muro di Berlino già assunto in cielo, una idea di preclusione che diventa invece di comunicazione: i mattoni ritornano ad essere forme immaginate dall'uomo per intercessione di Dio, mattoni come costruzione di un interiore universo. La inconfondibilità dell'arte di Franca Sonnino è data sopratutto nel potere di condensare in oggetti, in habitat fruibili dentro casa, come sovente cassetti o piccoli armadi, le aperture, gli orizzonti, gli infiniti del paesaggio. Come per esempio i suoi libri-paesaggi, i suoi mari, dentro parallelepipedi,
o stratificati in una serie di piani l'uno appresso all'altro e tutti congiunti da un tetto immaginario, sicché i mari diventano forme geometriche solide e trasparenti, tutte tessute con quelle straordinarie trame che si sfilacciano e si slabbrano, che allentano o gremiscono le maglie, restando però nel piano ideale con tenace eleganza. Paesi, riflessi, scale, rampicano sui muri come per la tangente di una sensazione, bisnonna degli impressionisti e degli espressionisti ma che nell'atto di trovar volto, invece di diventare decorativa di effimera funzione di ambiente, scava come all'interno del sensibile, dà di questo la sopravviienza come dentro un emblema.
Marcello Venturoli
 
 
Libreria, 1982
filo di ferro