PITELLI, COLLINA DEI VELENI

Era immaginabile che nel bel mezzo di uno dei più bei golfi del mondo un demente o una canaglia o un corrotto potesse autorizzare una discarica ad un chilometro, in linea d'aria, dal centro di La Spezia e Portovenere e a 300 metri da Lerici, luoghi che con le vicine Cinque Terre, appartengono al patrimonio dell'umanità? È avvenuto all'inizio degli anni '80! E c'è voluta la lotta dei comitati spontanei di cittadini, degli ambientalisti e l'irruzione di Greenpeace per giungere alla chiusura di quella vergogna.

Rifiuti tossici e bunker militari: i misteri della "collina dei veleni"
Sotto la polveriera, la discarica abusiva Dove è "sepolta" la diossina di Seveso

LA SPEZIA - PITELLI

Quella che stiamo per raccontare è una storia che accomuna vent'anni di traffici illeciti, mancate politiche ambientali, fascicoli scomparsi e inchieste della magistratura. E una morte sospetta. Minimo comune denominatore, la collina di Pitelli, sulla sponda orientale del golfo di La Spezia, dalla quale si può controllare l'intenso viavai di navi militari nel porto.
Tutto comincia il 16 giugno 1976, quando la società Contenitori trasporti presenta un progetto per una discarica sulla collina di Pitelli ("sito di alto valore paesistico", secondo una legge del '39, una parte del quale il piano regolatore generale del '62 aveva assegnato a servitù militare), in cui si sottolinea che l'area dovrà essere recintata per evitare scarichi abusivi e incontrollati di rifiuti. L'esatto contrario di quanto avverrà. Amministratore unico della società è Orazio Duvia, che diventerà il "boss" del riciclaggio illecito di rifiuti a La Spezia, anche grazie ai buoni rapporti con amministrazioni pubbliche "generose".
Dal 1979, Pitelli diventerà (nonostante i numerosi esposti alla magistratura di forze politiche e comuni cittadini) per un ventennio la "collina dei veleni". Con attività illecite che continueranno (come si legge nella relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sui rifiuti, presieduta dal verde Massimo Scalia, dello scorso 27 maggio) anche dopo che la discarica sarà sottoposta a sequestro giudiziario, nel '96. A Pitelli saranno insabbiati ogni tipo di rifiuti e di scandali nazionali, dalle diossine dell'Icmesa di Seveso e Meda (sarebbero ancora sotterrati lì cinquecento fusti tossici, di cui si perse ogni traccia dopo essere stati bloccati e respinti alla frontiera svizzera, dopo l'incidente del 10 luglio '76) a benzene e idrocarburi, nascosti da solette di cemento armato e rinvenuti persino sotto il piazzale della discarica, la mensa e altri uffici. Senza contare gli scarti dell'industria farmaceutica, i residui della demolizione di autoveicoli, fanghi, ceneri e scorie metalliche, sostanze di origine petrolifera, rifiuti da demolizioni navali, fusti di olii e catrame. Le perizie hanno rilevato anche grosse quantità di mercurio, piombo, cadmio, cromo e nichel nelle acque sotterranee. E c'è chi parla anche di strani traffici di scorie radioattive dai paesi dell'est.
Nell'inchiesta, partita dalla procura di Asti (il sostituto procuratore, Luciano Tarditi, aveva parlato di rottura del "muro d'omertà, del silenzio e del condizionamento") e ora approdata a Roma e La Spezia, finiscono anche camorristi del casertano (alcuni amministratori della Contenitori trasporti saranno coinvolti anche nell'operazione Adelphi, condotta dalla procura distrettuale antimafia di Napoli), ma soprattutto lui, Orazio Duvia, titolare della discarica, poi affidata in gestione alla società Sistemi ambientali, della quale è uno dei principali azionisti. E' lui il trait d'union tra la malavita e gli ambienti politici liguri. Ed è lui a gestire la contabilità "nera" del sito, con tangenti e "favori" di vario tipo a funzionari pubblici per la stipula di contratti di smaltimento di rifiuti. La legge 426 dell'88 ha ora previsto cospicui finanziamenti per la bonifica di Pitelli, considerata, nonostante la verità giudiziaria non sia stata ancora accertata, un'area a forte rischio ambientale, in una collina già sventrata per usi militari (è la sede della polveriera).
Nella discarica sono stati interrati, inoltre, i rifiuti dello stabilimento Union carbide unisil Termoli. Che hanno provocato pure una morte "bianca". Era il 17 luglio del 1984 e un operaio della Contenitori trasporti, Giuseppe Stretti, stava seppellendo alcuni contenitori, ognuno dei quali conteneva duecento litri di residui della lavorazione di silani, provenienti appunto dalla Union carbide unisil. Nel corso delle operazioni, alcuni contenitori si erano rotti e l'uomo era stato investito da una nube bianca di vapori di ammoniaca, cloro e acido cloridico. Il mattino dopo morì in ospedale, dove era stato trasportato d'urgenza. La moglie raccontò che la sera precedente lo Stretti aveva detto di essere stato "disturbato" dalla polvere sollevata durante il lavoro e non aveva fame. Invece aveva molta sete, e aveva continuato a bere per tutta la notte. La mattina seguente, il malore e l'inutile corsa in ospedale. Per accertare le cause della morte fu aperto un procedimento penale, così come la moglie fece appello contro la sentenza del pretore di La Spezia, che aveva negato all'uomo il riconoscimento dell'invalidità permanente a causa di una silicosi provocata dal suo lavoro. L'autopsia appurò che il povero operaio era morto per "enfisema polmonare in silicotico ed edema polmonare acuto". Ma il fascicolo giudiziario relativo alla sua morte non è mai stato trovato negli uffici e negli archivi del tribunale, così come non sono mai state trovate le relazioni degli esperti nominati dal pretore del lavoro per accertare se le cause della morte fossero da collegare all'attività svolta dall'operaio.
Ma i misteri di Pitelli non finiscono qui. Non è mai stato trovato, infatti, il fascicolo relativo a un esposto presentato, nel 1988, da Legambiente, così come di un altro fascicolo dell'85 è stata trovata solo copia della segnalazione iniziale. Tra insabbiamenti e mancati controlli, per anni le attività illecite sono così potute andare avanti impunemente. Aggiungendo misteri su misteri alla "collina dei veleni". A. MAS.

 
 
Seguiteci: vi illustreremo la mappa dell'orrore...
 
 
 
 
e venne il giorno di
 
da Il Secolo XIX
11 settembre 1996
 

 

 

 

 

 
Il processo

“PAGINE"

Circolo”Dossetti” pillole d’informazione 16

La Spezia avvelenata

Andrea Palladino - il manifesto | 21 Novembre 2010

Dopo 14 anni si avvicina alla sentenza il processo per la devastazione della collina di Pitelli, sopra il golfo di La Spezia. Una zona grande quattro volte Porto Marghera, per anni sommersa di ogni genere di rifiuti industriali

LA SPEZIA. In quattordici anni il mondo è cambiato. Tre guerre, l'11 settembre, due governi Berlusconi, Prodi, D'Alema e ancora Prodi. Quattordici anni è la durata del processo per la devastazione di una collina sul Golfo di La Spezia, Pitelli, forse la più grande discarica industriale italiana. Un tempo che serve l'impunità di fatto assoluta per il traffico dei rifiuti pericolosi in Italia, che la Cia stimava in 80 milioni di tonnellate negli anni '90 e che oggi quasi nessuno conta più. Ovvero quella sorta di impunità che ha riguardato gran parte delle inchieste per le rotte dei veleni dell'Italia degli ultimi decenni. Archiviati i processi per la nave Rosso spiaggiata ad Amantea, archiviati i processi per le navi a perdere, senza colpevoli e, soprattutto, senza mandanti gli omicidi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi in un agguato mentre seguivano le tracce dei traffici di rifiuti verso la Somalia. Prescritto il processo contro i responsabili dei viaggi delle navi dei veleni degli anni '80, quando l'Italia esportava tonnellate di scorie verso l'Africa e il Sud America. E ora il processo di Pitelli, vicino alla sentenza di primo grado dopo più di un decennio di udienze e prossimo alla prescrizione.
Nell'auletta della sezione penale di La Spezia sono passati quasi una trentina di imputati, decine di avvocati, almeno due generazioni di magistrati. E la storia di una città, simbolica e volutamente dimenticata.

Il sistema Duvia

Nell'ultima udienza dedicata alla discussione delle parti civili l'avvocato Roberto Lamma, per Legambiente, ha ricostruito pezzo dopo pezzo il sistema di Orazio Duvia, il dominus di Pitelli: «C'è una strategia di fondo in questa storia che si basa sull'opacità del sistema di gestione dei rifiuti. Una strategia del fatto compiuto». Ed è questa la chiave che può spiegare perché ancora oggi la gestione delle scorie industriali e perfino della comune monnezza è un'eterna emergenza e il miglior business italiano. Era l'agosto del 1976 quando Orazio Duvia chiese in sostanza di poter sistemare la collina di Pitelli - che per il piano regolatore era interamente destinata a verde, con un valore paesaggistico vincolante - buttando qualche rifiuto inerte. Qualche calcinaccio, un po' di sabbia, tutta roba innocua, giurava. «Poi va oltre - ha raccontato Lamma - e arriva il fatto compiuto». A Pitelli scaricano camion di rifiuti di ogni genere, mentre il Comune di La Spezia si preparava ad accettare quel fatto compiuto, architrave del sistema Duvia. Il principio che andrà avanti fino al 1996 sarà sempre lo stesso: prima vengono sversati i rifiuti, poi Comune e Provincia sanano il tutto, con autorizzazioni ex post.
Il risultato del sistema Duvia è ora quell'enorme area contaminata che sovrasta il golfo dei poeti. «Una zona grande come quattro Porto Marghera messe insieme - sottolinea l'avvocato di Legambiente - ovvero il secondo sito d'interesse nazionale dopo l'Acna di Cengio». Una devastazione che forse non ha eguali nella storia italiana e che ora sarà impossibile risanare.

Un'incredibile coincidenza

Gli anni '80 e i primi anni '90 sono stati i peggiori. Il traffico dei camion carichi di scorie industriali aumentava mese dopo mese, riempiendo quattro crateri. La prima buca, la più antica, che non ha mai avuto un isolamento dal terreno e dalle falde acquifere venne coperta con altri tre invasi, messi uno sopra l'altro, come in una torre devastante per l'ambiente del golfo di La Spezia. Oggi è impossibile andare a vedere cosa è nascosto in quella prima fossa e riuscire a risanare è un'impresa senza nessuna possibilità di successo. Le conseguenze colpiranno intere generazioni, per decenni.
Alla fine del 1984 il pretore di La Spezia Attinà firmò quello che fu l'unico sequestro - fino al 1996, data della chiusura della discarica - dell'enorme invaso di Pitelli. Oggi l'anziano magistrato ricorda ancora quegli anni. «C'erano degli evidenti abusi e per me fu naturale ordinarne la chiusura», spiega. «Dopo poco passai al giudicante - ricorda - e un altro magistrato dispose la riapertura». Salta così agli occhi una incredibile coincidenza, temporale ma significativa. La chiusura momentanea della discarica di Pitelli - dal 1984 al 1986 - coincide chirurgicamente con l'epoca dei viaggi delle navi dei veleni, che iniziarono a caricare i rifiuti tossici dell'industria del nord Italia sulla banchina del porto di Marina di Carrara, distante pochi chilometri da La Spezia. Coincidenze? Forse, ma sembra evidente che le rotte dei veleni rispondessero ad un'unica regia, rimasta ancora oggi oscura.

Il sistema di corruzione

Non è possibile capire il caso Pitelli senza guardare quella sorta di libro mastro delle tangenti trovato negli uffici di Orazio Duvia durante le perquisizioni ordinate dal Pm di Asti Luciano Tarditi nel 1996. C'erano politici, funzionari pubblici, militari, decine di persone pagate dal re delle scorie di Pitelli. «Tutti reati oggi prescritti - spiega l'avvocato Roberto Lamma - ma necessari per capire storicamente quello che è accaduto». Ed è significativo l'episodio che Roberto Lamma ha ricordato nella sua ricostruzione dei fatti: «Questo foglio battuto a macchina è il primo esposto che presentammo come Legambiente nel 1988», spiega al collegio mostrando le pagine ormai ingiallite, simili alle antiche veline usate dai dattilografi. Un esposto dettagliato, minuzioso che avrebbe potuto fermare la distruzione della collina di Pitelli forse al momento giusto. Peccato, però, che quel fascicolo sparì. «Quando iniziammo l'inchiesta - ricorda Benito Castiglia, oggi comandante del Corpo forestale dello stato di La Spezia - la prima cosa che facemmo fu di verificare tutti i procedimenti a carico del gruppo di Orazio Duvia». Nel registro c'erano le tracce dell'esposto del 1988, ma tutte le carte erano sparite dai locali del Tribunale. Una minima parte del fascicolo venne ritrovato a casa di uno degli arrestati, ma non fu possibile ricostruire le eventuali complicità all'interno del palazzo di Giustizia. L'unica imputazione non prescritta è la più grave, il disastro ambientale doloso. Arrivare alla condanna è fondamentale per, almeno, stabilire una verità storica, per chiudere con dignità questa pagina terribile della storia della città di La Spezia. Ma soprattutto dovrà servire per rompere la lunga catena dell'impunità, quella sorta di licenza ad inquinare che ancora oggi è la principale causa della devastazione ambientale in Italia.