STORIA DI UNA DONNA AMATA
E DI UN ASSASSINO GENTILE DVD

Regia di Luigi M. Faccini. Montaggio: Sara Bonatti .
Musiche:
Oliviero Lacagnina, Riccardo Joshua Moretti .

Prodotto da Bubul & Co. per Ippogrifo Liguria.
Durata
:218’ - DVD.

 

 

L'inquietudine di un viaggio sempre rimandato: Auschwitz. L'infanzia di un'ebrea "salvata". L'America. Il musical. Il giornalismo. Le inchieste. La carriera cinematografica del primo produttore donna in Italia. La poesia. La pittura. I "territori dell'anima": Roma, l'Alta Maremma, il Levante Ligure...

 

"Storia di una donna amata e di un assassino gentile è un vero e proprio viaggio al centro di una bella testa, di una bella mente. Immersa nella casa di Lerici e in quella maremmana, nelle quali abita con il regista che la filma, l’interroga e ascolta le sue storie vissute, Marina è una donna reale, che scrive al computer, invita e cucina, pulisce casa, dipinge, viaggia, e nello stesso tempo è un sogno, il sogno del cinema come avrebbe potuto e dovuto essere. Prima racconta le sue origini, ebraiche, borghesi e romane, la sua nascita, le leggi razziali, la persecuzione, i nascondigli salvifici, la guerra e la liberazione portata dalle truppe angloamericane. Poi, dopo le illusioni provocate dal cinema americano, soprattutto il musical, vagheggiate fin dall’adolescenza (Cantando sotto la pioggia è il primo di questi sogni rievocati…), la verità del cinema da lei prodotto: un documento d’amore per la libertà, di sofferenza e lotta per la giustizia su tutta la terra. Una lunga strada, in effetti, che Marina ha impiegato quasi cinquant’anni a percorrere. Questo è stato il lungo e tenace, coraggioso e solitario lavoro che Marina Piperno racconta: da 16 ottobre 1943 (Ansano Giannarelli, 1961) a Labanta negro (Piero Nelli, 1966), film molto importante per la liberazione della Guinea-Bissau, lo stesso Amilcare Cabral, leader di quel movimento, lo portò con sé in giro per il mondo, perfino all’ONU, per documentare le violenze del colonialismo portoghese; da Sierra Maestra (Giannarelli, 1969), ispirato al viaggio in Bolivia di Régis Debray e la sua collaborazione con Guevara, a La Veritàaaa  (Zavattini, 1982), il film che il grande Cesare dirige e interpreta a ottanta anni. «Noi non facevamo il cinema per guadagnare. Noi facevamo il cinema perché pensavamo che fosse uno strumento per raccontare delle cose… e quindi incidere…», dice Marina. Oltre a questo, l’impegno a scavare nel passato e a conservare la memoria. E poi i film di Faccini, Inganni, Donna d’ombra e le avventure di strada con i ragazzi di Tor Bellamonaca, Notte di stellee Giamaica
In Storia di una donna amata e di un assassino gentile c’è un ricordo lancinante della Shoah. Il viaggio compiuto in Polonia, ad Auschwitz e Birkenau, testimonia del continuo impegno di Marina Piperno nei confronti di quello che è stato il trauma inestinguibile dell’Occidente, le spaventosa regressione nazista.
Poi, in una cena a lume di candela, immergendosi nei progetti vagheggiati, arriviamo fino al presente, alla scommessa forte del film su di un ufficiale tedesco, il capitano Rudolf Jacobs, incaricato di fortificare la Liguria di levante contro lo sbarco alleato, che dopo alcuni mesi passò alla Resistenza e morì a Sarzana nel tentativo di liberare degli ostaggi dalle mani dei fascisti. Tratto da L’uomo che nacque morendo, come recita il bel titolo del libro scritto da Luigi Faccini, Marina cerca i soldi per produrre il film. Non li trova, ma, con il marito, fa lo stesso i provini e i sopralluoghi, perché il film le interessa, considerandolo eticamente necessario…"

Alessandro Bernardi, storico del cinema e docente all'Università di Firenze.

 

"Storia di una donna amata e di un assassino gentile contiene un viaggio a ritroso nel tempo che, come dicono gli autori, non insegue la nostalgia e non si rifugia nella malinconia. Nel penultimo capitolo (se non ora quando?), quando Marina Piperno si reca in Polonia in una delle fabbriche naziste di morte, il lager di Birkenau, nei pressi di Oswiecim (Auschwitz), il suo volto, da sorridente viaggiatrice, si trasforma in una maschera dolente, impietrita dall’orrore dello sterminio. E’ laggiù, quasi al culmine del loro viaggio nel passato, che affiora l’ineludibile dialettica tra il bisogno di dimenticare e il dovere di ricordare; perché, come dice Milan Kundera, la lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio. E’ a quel punto, come ribadisce Faccini, che bisogna portare con sé, e per sempre, le valigie della Storia, anche se sono pesantissime".

Morando Morandini, critico cinematografico

 

"Ho fatto con voi il bellissimo viaggio che mi era stato promesso.
Davvero una gran bella impressione alla fine del film, con la sensazione di aver condiviso cose importanti e vere: storie, memorie, idee, progetti, desideri, molta emozione (come dice Marina), molta ragione (come puntualizza Luigi).
E che brava Marina, che capacità di sintesi e controllo. Ogni volta che parlava le davo ragione, e mi sarebbe piaciuto sentirla parlare ancora, spiegare meglio. Ma era già tutto chiaro, in realtà.
Il film è inaspettatamente lungo, ritmicamente dilatato, zigzagante ma anche strutturato, didascalico ma anche ellittico, si sofferma su cose di apparente piccolo conto (un riccio raccolto in strada, una piuma che galleggia sull’acqua di  un torrente, un grappolo d'uva staccato dal tralcio, una tela dipinta davanti ai nostri occhi), ma parla dei grandi eventi della nostra epoca. Il low budget  più estremo declinato con il respiro e l'ambizione del kolossal. Insomma un film perfetto della linea Faccini&Piperno. Un film dove tutto torna benissimo. Incredibilmente. Mentre vedevo il film ogni tanto mi dicevo: "ecco, qui però esagerano... qui a tagliare un po' ci si guadagnerebbe...", e ogni volta, alla fine, mi dicevo che invece non c'era nulla da tagliare, che era perfetto così, con la sua lunghezza, ridondanza, insistenza. Perché quello è il respiro del film, il respiro giusto per dire quelle cose importanti, per raccontare i capitoli di quella vita: il cinema, la guerra, l'America, il lavoro, la politica, la generosità, le delusioni, i risultati. E che bello l'ultimo capitolo, tutto proiettato al futuro, ai progetti, alla voglia di continuare comunque, di esserci, contare. "Tu non molli mai", dice Robert Redford a Barbra Streisand, protagonista del film di Pollack, Come eravamo. Anche Marina è così. Anche Luigi è così. E’giusto".

Piero Spila, direttore di Cinecritica.

 

"Trovo che il film sia l’espressione alta di quel cinema che racconta dal di dentro - con una partecipazione appassionata e allo stesso tempo lucida -, il senso di una esistenza. Un cinema che non appartiene al genere “biografico”, così facile a stravolgere o edulcorare, ma di un sentire totale. Nella sua partitura, così libera nella struttura e nei suoi tempi (chiaro fin dall’inizio che molte delle situazioni - a cominciare dalla sequenza del riccio - avrebbero avuto una valenza simbolica) quanto cinema dell’intelligenza e dell’emozione. Nell’esplicito amore che lo muove verso e dentro la protagonista Marina Piperno - perché di questo si tratta: di un atto d’amore -, e nella scansione visiva che si fa via via sempre più avviluppante, sia nella tensione (il sonno in treno, l’incubo, con i binari che diventano quelli dell’ingresso ad Auschwitz: un magistrale colpo di regia), sia nell’elogio del fare, del progettare, che attraverso il personaggio reale di Marina illumina tutto il percorso, il film diventa un canto al rispetto della vita e alla sacralità della natura. Grazie all’ampiezza della concezione e alla complessità delle esperienze - dal buio dell’orrore alla chiarezza della coscienza, dal rimbalzo dei grandi eventi storici alle più quotidiane manifestazioni della sensibilità -, il film acquista il respiro di un’opera in cui il “romanzo” personale non cessa mai di rapportarsi alla poliedrica realtà della Storia, chiamata puntualmente in causa. E senza sbavature di sorta. Asciutto e tenero, come un dono di poesia".

Piero Pruzzo, direttore di FILMdoc

 

"C’è in Storia di una donna amata e di un assassino gentile un’aura insieme dolce e decontratta che, dagli scorci paesistici più preziosi (Lerici, la Maremma, la Corsica e ogni altro scorcio intravisto, vissuto con panica intensità) sconfina nei gesti e conversari tra Marina & Luigi, la presunta (improbabile) vittima e il supposto (incredibile) assassino, per quanto gentile o metaforico ch’esso sia.
Poi, “le cose della vita”, la prodiga incursione nella giovinezza, il lavoro, i viaggi, gli incontri determinanti e, come momenti-cardine, la memoria della Shoah, la visita a Birkenau, tracce indelebili (“Ce ne siamo ammalati, fino all’afasia, senza esserne svuotati, proiettandoci nel futuro come unica risposta possibile all’orrore…”.
Storia di una donna amata e di un assassino gentile si dispone pianamente, sullo schermo, come un’esemplare, atipico abbecedario di una iniziazione alla vita, alle cose del vasto mondo nei termini di un “diario in pubblico” insieme personalissimo e “universale”, cadenzato nei suoi giorni, nelle sue vicende memorabili, secondo gli  stilemi sofisticati di un patchwork mosso da rifrangenze e barbagli cromatici sempre vigili, attentissimi nel restituirci una “memoria della memoria” sapiente, trascinante. Anche e soprattutto perché, per dirla con Sigmund Freud, “la memoria viene a dislocarsi nella sfera della ragione e il ricordo in quella dell’affettività. Tanto che la differenza risulta radicale: la memoria è una lucida codificazione del passato… il ricordo è l’evoluzione di un avvenimento… che è sì collocato in un tempo passato, ma che si perpetua nel presente divenire dei nostri sentimenti”.

Sauro Borelli, critico cinematografico

 

"Si tratta di un film costruito come una partitura musicale, un cinegiornale vertoviamo o una storia “altra” del cinema godardiano, di notevole spessore autoriale… c’è il racconto toccante della donna amata, l’autobiografia, la “meglio gioventù” partigiana, le speranze (tradite) della Resistenza, il disprezzo per il fascismo e per le leggi razziali… c’è l’amore di Marina Piperno per il musical americano, l’elaborazione del lutto della Shoah, la bellezza di una donna che si è liberata di tutti i ciarpami dell’ideologia maschilista e dell’agiatezza familiare, che coglie nella malinconia libertaria o nella “disperata vitalità” di Faccini (e del suo Socrate-Pasolini) i fuochi della passione per l’uomo con la macchina da presa che ha fatto della sua esistenza l’arte di gioire o di soffrire là dove finisce il mare o comincia il cielo.
Marina Piperno è straordinaria… l’abbiamo già detto altrove, ma in questo film il suo volto, scolpito negli antichi testi della Kabbalah di Mosè Maimonide, riporta alla luce del cinema le lacrime indimenticabili della Falconetti sul rogo (Giovanna d’Arco di Carl Th. Dreyer) o la sfrontatezza anarchica di Jean Seberg (Fino all’ultimo respiro, di Jean-Luc Godard); ed è sublime quando balla in ciabatte rosse, di feltro, richiamandosi sul filo dell’ironia al Gene Kelly di Cantando sotto la pioggia (Stanley Donen e Gene Kelly). La morte del suo cane Bubul, un momento alto di commozione che rende impossibile trattenere le lacrime per tanto incantato amore, é ancora una danza, al rallentamento, in controluce. Come un Bolero d’altri tempi finisce su una piccola tomba coperta di ghiaie chiare e tre stelle di vetro dai colori squillanti. Offrire un’estetica del bello significa credere anche in un’etica del giusto.
Luigi Faccini è un ladro di cinema, figlio di Rossellini, Renoir e dei grandi registi del cinema western americano... si appropria della filosofia del disincanto dei maestri e sovente migliora la loro scrittura figurativa… quando Marina Piperno si aggira leggera in un cimitero corso, la macchina da presa (videocamera) di Faccini si misura con la bellezza delle inquadrature di un film poco visto di John Ford (La croce di fuoco) e ancora lei, in cappello e soprabito di pelle nera, è Henry Fonda fotografato da Gabriel Figureroa… di più, Faccini, riesce ad andare oltre le capacità del mezzo e della memoria storica del cinema. Come l’ultimo apache al tempo della civiltà dello spettacolo, mostra che in ogni battaglia, anche quelle perdute, lo stile è l’uomo stesso".

Pino Bertelli, fotografo, critico cinematografico, scrittore.

 

"Marina è, inizialmente, una Euridice dolente, perplessa e spaventata nell’accettare la prova cui Luigi la sta chiamando, quella di diventare protagonista di un film che parla proprio di lei, anzi che è un suo ritratto a tutto campo, che mette in scena il suo presente e il suo passato, tramite il quale il suo Orfeo la chiama a diventare sacerdotessa d’un rito prezioso e tremendo, utile e inquietante, di recupero del tempo perduto: il suo, il loro, il nostro, quello dell’Italia, quello del Mondo.
Fin dall’inizio, in un prologo tenero e toccante, entrano in scena, accanto a Marina (bellissima, bravissima), a Luigi (che è sempre presente, e non soltanto come regista e operatore, anche se si vede una volta sola, in uno specchio, nel finale; più spesso con le sole mani che entrano nell’inquadratura partecipando alla vita che vi si svolge) e alla memoria (intesa quale attiva ricerca sul passato, indagine intenzionale e consapevole, lotta permanente contro l’oblio che altrimenti lascerebbe dietro di sé soltanto ricordi), entrano in scena gli infiniti coprotagonisti di questo poema cinematografico, e anche sinfonico, un vero e proprio kolossal, apparentemente fatto soltanto di vicende private ma in realtà capace di narrare la storia del mondo, e persino quella del cinema.
Il paesaggio amiatino, per esempio. Nei suoi diversi, coloratissimi, meravigliosi volti stagionali: il bosco, i campi di papaveri, i torrenti nel sole, il fogliame autunnale e la neve invernale, la fioritura primaverile e il lucore estivo. Un paesaggio che è vero, pienamente reale, ma anche paesaggio dell’anima, specchio delle emozioni, dei sentimenti, delle memorie della straordinaria protagonista di questo straordinario film…"

Stefano Beccastrini, scrittore e studioso di cinema

 

"Il viaggio di Faccini sul corpo e sul volto, nei sentimenti e nella memoria di Marina Piperno, si trasforma in una sorta di metafora immaginifica e lirica dove la donna e il paesaggio sono le uniche coordinate della perlustrazione oltre il tempo. Lo spazio è quello della natura come doppio, come riflesso di un’anima e di una volontà. Una mappa all’interno della quale la regia impone, senza sovrapporsi, la tensione ideale verso il futuro e la riflessione sul passato, quasi come un atto di ripulsa verso un presente non rappresentabile.
La sensibilità esacerbata si fa soggiogante stile figurativo e narrativo. Tutto è nei fotogrammi, con commozione e ironia, con voglia di dipingere la fulgida deriva di una storia privata che scavalca  lo scorrere delle stagioni: una coreografia etica intorno ai ricordi e agli ideali. Un cinema che rivendica la propria innocenza, che rinnova la sua promessa di non piegarsi, di non piagarsi, di non rispondere se non all’esigenza di un percorso interiore destinato a farsi pubblico. Il film sta nel rigore di uno sguardo che impone all’amore e ai progetti il desiderio di uno stile che diventa piacere della visione. Nella sua assoluta, fiera e sublime diversità".

Natalino Bruzzone, critico cinematografico, il Secolo XIX