MADÌ
Castellana di un tempo scomparso

 

1977
 
Madì, al secolo Maddalena Di Carlo, maghessa e liberamente donna, comunista e partigiana, assunse e incarnò la fantasia del suo tempo. Custode amata del castello di Lerici, finì per venirne espulsa. Chi la disprezzava ne gioì. Ma Lerici perse la sua coloratissima farfalla.

Pioveva a dirotto il giorno che mi arrampicai fino alla sua tana, sul lato freddo della torre. Impugnavo una Exacta che lussava il polso per quanta ferraglia conteneva. Avevo caricato del bianco e nero, 400 asa. Forse costretta, Farfalla Madì abbandonava il suo regno tra le nubi. L’età, la gestione cameratesca dei viandanti che sistordivano di mare e cielo, più che mescolarsi alla vita paesana, l’igiene, si diceva, approssimativa. Calunnie, che Farfalla Madì non smentiva. Tra mandibole di squali, sonagliere e flauti, Farfalla Madì riordinava i frantumi della sua vita. “Il paradiso delle colombe e delle vagabonde, a Lerici, con la sua regina Madì”, avevano scritto delle inglesi. Mi mostrò una fisarmonica di fogli sparsi, a quadretti, a righe. E cartoline dal mondo. “Madì, Italia”, avevano indirizzato, in molti. Presi a fotografarla. La mia Exacta sembrava esploderecolpi di rivoltella. Stonati. Offensivi. Meglio sarebbe stata la devozione di un sussurrio attento. Ma non smisi. Aveva gli occhi vuoti, Farfalla Madì. «E basta!», disse. Continuai. Si rianimò. «A son tuta spetena’…», disse, aggiustandosi il ciuffo d’argento. Ancora lo infilzava con due lunghissimi chiodi arrugginiti…

 
 

Farfalla Madì
(stralcio)

(da Luigi M. Faccini - Il castello dei due mari, Ed. Mesogea, 2000)

“Fate entrare i campioni! La nostra sorte è nelle loro mani!”
E il gorgo diventa prato in fiore, scosso da brezze capricciose. Frusciando, la gente colorata fa cerchio. Nel deserto magico svolazza una farfalla ubriaca. Nebbia d’oro circonda la sua testa ossuta. Lacci neri, alla schiava, striano le caviglie nervose. La gonna rossa è coppa, é calice, è ampolla iridescente. La farfalla ci regala un bacio, alitando con la bocca desiderosa. Farfalla Madì, che negli occhi cinesini nascondeva l’enigma della sua vita. Ed ecco lui, preso per mano, condotto nell’ombelico del carnevale. Teodoro. Ma come pronunciato da una sivigliana loca che sussurrasse “te adoro, mi vida, mi corazon…”. Teado’. Sinuoso nei fianchi, matrona inanellata, culo esigente…
E un tango ci prende il cuore. Cantano tutti, vacche al pascolo. Le donne sopraneggiano, acute, ridarelle, cullate dai sassofoni lacrimosi. “Aaamoooree vuol diiir gelosiaaaa…, di chi s‘innamooooraaaa diiii teeee…”. Guancia a guancia, inarcati, fremendo, come cavalieri lancia in resta di un antico torneo, Farfalla Madì e Teado’ solcano il deserto magico. Arretrano, scalciando, ma senza mai colpirsi. Sfiorarsi. Sedurre e fuggire, legati da fili invisibili. Farfalla Madì respinge Teado’ con mani disgustate. Lui l’afferra. Lei si dibatte, sferzandolo con le bave bionde che circondano la sua testa sacra. Lui la spinge, la tiene, la piega, l’addrizza. E via, di nuovo al galoppo, guancia a guancia. “Ooooh, spinsa! Ooooh, ten! Ooooh, spinsa! Ooooh, ten!”. Gridiamo. Tutti. Sempre più accorati…Ubiqua, inafferrabile, Farfalla Madì era stata folgore mattutina e occhieggiante tramonto nel cielo di Lerici. Viveva lassù, nel mostro pietroso che domina il groviglio addossato delle case, inerpicata, sarcastica maghessa, elfo sapiente, annusando lontananze e chiamando amori. Cavalcava ricordo e dimenticanza, Farfalla Madì, conchiglia di suoni violentati. Grido di beccaccia affamata, nell’ira, la sua voce carezzava, polverosa e tintinnante, quando strappava la sorte al tempo. Incuteva timore con la sua indifferenza, attraeva comiziando, leggera, mani sui fianchi snelli di vecchia ragazza. Elegante nel dire, nell’esibire, bocciava tremendamente. Ebbi la ventura di piacerle, da piccolo. Festa grande nella mia vita sbilenca, spaesata. “Sai quante parole ho regalato? E quante me ne hanno rubate!”. Rideva, muta, maliziosa, sciorinando le gengive disarmate, mentre gli occhiolini sparivano nelle loro cavità tumefatte. “Il ladro chi è stato, Madì?”. Scrollava le spalle, allontanandosi contro il cielo, incespicando nella papera che faceva gran scagazzo tra i suoi piedi nudi. “Non mi dispiacerà se me ne prenderai qualcuna anche te! Di quelle che scrollano gli alberi e sbattono il mare. Ma dovrai dirlo a tutti che erano mie!”. Apostrofava le nuvole incerte. “Vegni’ tron! Spare’ saete!”. L’azzurro diventava piombo vorticoso e l’intestino del mondo rumoreggiava al comando danzato delle sue mani. Una promessa mi legava a Farfalla Madì. Di una fedeltà senza nome, che lei avrebbe letto nel mio sguardo ad ogni incontro. “Quel nome quando me lo dirai, Madì?”, chiesi, un volta, già grandino. “Quando la pioggia disferà il castello!”, rispose, certa che le burrasche amiche l’avrebbero accontentata…

 

Sedusse anche la donna che mi aveva gettato nell’urto delle cose, finalmente. “Gli hai tagliato la corazza! Coltello o apriscatole?”, disse, canticchiando.Si toccarono le mani, i polsi, le braccia. Farfalla Madì volle intrecciare le dita con quelle della donna sconosciuta. Ci mise forza. Brutalità, quasi. Lo vidi dal biancore improvviso delle sue nocche. Gettò la testa all’indietro, come fosse sull’altalena e succhiasse aria fresca. Rise forte. Mi frugò negli occhi. “E’ lei!”, disse, con voce bambina. “E’ il basto sul collo che ti ci voleva! Ma tu la briglia, qualche volta, mordila…”, aggiunse. Poi, ignorandomi, prese sottobraccio la donna sconosciuta e scivolarono via,languidamente, come se un bolero appena nato le chiamasse dal filare di aranci fruttuosi che accendono la passeggiata. Parlottavano. Che le complici decidessero del mio futuro?
 
 
Le foto sono proprietà esclusiva di Luigi M. Faccini