Prussiani
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Synopsis della storia

 

Nato nel 1914, Rudolf Jacobs era figlio di un importante architetto di Brema. Esperto in costruzioni difensive, venne destinato nel levante ligure per rafforzarne le coste, sulle quali Rommel temeva uno sbarco alleato. Visse in una splendida villa requisita, sulle alture di Lerici, e da lì diresse l’organizzazione TODT.
Alla Spezia era giunto nell’autunno del 1943. Passato alla Resistenza italiana il 3 settembre del 1944, morì due mesi dopo, esattamente il 3 novembre, mentre comandava un’azione contro le brigate nere acquartierate in un albergo di Sarzana. Sepolto in questa città, Rudolf Jacobs è insignito della medaglia d’argento al valor militare, mentre per lunghissimi anni, in Germania, fu considerato un “disperso”.
Chi lo conobbe dice che fosse alto, ossuto, gentile, con una buona conoscenza della lingua italiana. Nei paesi circostanti presto si vociferò di un tedesco, di nome Iaco, che sequestrava derrate alimentari agli accaparratori e le distribuiva gratuitamente alla popolazione affamata. I partigiani delle sap (squadre di azione patriottica) ne sorvegliarono i comportamenti, infine gli fu fatta giungere notizia delle ruberie commesse dai fascisti che dirigevano una cooperativa alla quale era affidata l’edificazione dei bunker costieri. Rudolf Jacobs allontanò i dirigenti fascisti, accettando di sostituirli con il fascista moderato che le sap lericine gli avevano proposto. Da quel momento, e per alcuni mesi, i cantieri della TODT ingaggiarono decine di disoccupati, salvandoli dalla deportazione in Germania. Con gli utili di quella cooperativa venne addirittura approntato un ospedaletto da campo partigiano. Poco tempo dopo Rudolf Jacobs rivelò la sua scelta di collaborare con la Resistenza e di combattere contro i propri connazionali.
Che cosa indusse Rudolf Jacobs ad abbandonare i privilegi che le sue funzioni progettuali e amministrative gli consentivano? Entrare nella Resistenza significava prenotare un incontro con la morte. Si potrebbe perfino pensare che desiderasse la morte, come espiazione di una colpa insopportabile, quella di essere stato anch’egli strumento dello sterminio hitleriano. Mobilitarsi contro Hitler, deporlo o ucciderlo, era diventato il progetto di molti tedeschi, ed anche il banco di prova di un eventuale armistizio con gli anglo-americani. Il fallimento del tentativo di von Stauffenberg, il 21 luglio 1944, fu un colpo mortale per la congiura di cui faceva parte persino il generale Rommel, eroe nazionale soprannominato “la volpe del deserto”. Hitler restò in vita e la guerra si inasprì, per quasi ancora un anno.
Rudolf Jacobs, invece di rassegnarsi alla prigionia in un campo alleato, dove sarebbe certamente finito prima di tornare in patria, scelse di battersi. Quando si presentò al comando della formazione partigiana Muccini seppe dire: «Darei la mia vita pur di abbreviare di un solo minuto questa guerra insensata…»
Sulla scelta di Rudolf Jacobs influì certamente l’eco delle stragi che le SS di Reder condussero contro le popolazioni di Sant’Anna di Stazzema, San Terenzo Monti, Vinca. Anche la notizia del bombardamento che rase al suolo Amburgo, città nella quale vivevano i suoi due figli e la moglie, dovette segnare la sua mente.
I partigiani sarzanesi scoraggiarono la sua volontà di combattere. Rudolf Jacobs poteva essere uno dei costruttori della Nuova Germania. Fu inutile. Dopo piccole azioni nelle quali aveva mostrato capacità di comando, con dieci dei suoi compagni, alcuni di nazionalità russa e polacca, tra i quali l’attendente austriaco che l’aveva seguito, e gli italiani che potevano assomigliare a soldati tedeschi, preparò l’attaccò al presidio delle “brigate nere” di Sarzana. Là dentro i fascisti torturavano i prigionieri politici e abusavano delle donne. Bisognava dare un segno di forza e giustizia alla città. All’ora di cena, in un buio 3 novembre del 1944, in dieci contro settanta, marciarono attraverso la città…
Rudolf Jacobs chiese, in tedesco, di conferire con il comandante. Aveva detto ai suoi: «Non appena la porta dell’albergo si dischiude ci si fa strada con i mitra e le bombe a mano…». Non fu così che avvenne. Jacobs sparò a chi gli aprì e si lanciò dentro l’albergo, ma la sua machinenpistole si inceppò. Venne colpito ripetutamente e ucciso. Anche l’attendente austriaco, che lo spalleggiava, fu colpito. Gli altri, dopo la sparatoria, si ritirarono, mentre il corpo di Rudolf Jacobs restava nelle mani dei fascisti. Un distaccamento della Muccini prese il suo nome e in suo nome combatté fino al 25 aprile 1945. Che un capitano tedesco avesse voluto condividere con loro la lotta di Liberazione dal nazifascismo ancora oggi è motivo di orgoglio in Lunigiana.
Solo recentemente la sua città natale, Brema, ha potuto celebrare la scelta esemplare del suo concittadino. Non un “disperso”, né un “traditore”, ma un “maestro di pace e di civiltà”, degno di essere riconosciuto tra i protagonisti di una epopea che, oggi, nel percorso, seppur faticoso, dell’Unione Europea, cerca la strada della sua definitiva realizzazione.

Prussiani
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Foto di scena di Ilaria Zappelli

 

Genova, 18 maggio 2011

Caro Luigi,
a  caldo, dopo la prima visione…
Il film, scandito da due presenze - bravissimi sia Marina sia Carlo -, che ne stabiliscono la duplice funzione di testimonianza storica e umana, ha l'intensità, la significazione e l'esattezza - anche  nell'emozionante impatto dei paesaggi - del vostro cinema migliore. Un Faccini d'annata, insomma. Altro che palme, palmette e patacche della grande fabbrica festivaliera...
L'esperienza è di quelle che bussano alle porte della coscienza e, insieme, attraggono per la novità d'un linguaggio coerente nel far da ponte tra i mezzi audiovisivi del presente e il passato della Storia (una Storia che dalla  sintesi documentativa fa sbocciare vivo questo esempio di umanità ritrovata in mezzo al grande massacro). Che opportunità preziosa, per te, poterla raccontare. Soprattutto se con l'animo di chi l'ha covata così a lungo e con l'impegno civile profuso in tutto il percorso realizzativo. Una lode grande all'autore e all'équipe tutta.
Con tante cordialità e un abbraccio.  Pietro 

Pietro Pruzzo

 

Grande emozione, come era facile prevedere, visti il personaggio, la storia, il vostro abituale coinvolgimento etico, ma anche un'idea alta di cinema, molto suggestiva e piena di possibili sviluppi. Luigi parla di un primo tentativo on the road via internet dentro la Storia e infatti il film propone un format piuttosto originale e, come dire, reso necessario dalla materia narrativa, coinvolgente ma anche scarna e sfuggente. Tuttavia, a parte il format innovativo, nel film ritrovo una linea stilistica ed espressiva coerente con il vostro lavoro più recente, e penso immediatamente a una specie di capitolo aggiunto (e forse indispensabile) di Storia di una donna amata e di un assassino gentile, un'opera magna a cui mi capita spesso di pensare (e rivedere). Davvero la vicenda umana e politica di Jacobs fa parte integrante di quella lunga parabola narrativa, individuale e collettiva, che narra di passioni, entusiasmi, utopie, ma anche dei tanti orrori del secolo scorso.
Rudolf Jacobs, l'uomo che nacque morendo è un gran bel film, emozionante, ma anche misurato, a volte quasi trattenuto. Vero è che le emozioni arrivano da sole e non occorreva sottolinearle. Un film soprattutto  tempestivo, perché parla di storie passate (ed ecco le pagine e le immagini del web, le parole dei testimoni, ecc.), ma che desidera parlare soprattutto del presente, all'ideale spettatore di oggi,  quando racconta la necessità delle scelte esistenziali (anche irreversibili), l'orgoglio di fare il proprio dovere (quando tutti sono passivi e rassegnati al peggio), soprattutto il rispetto di se stessi e delle cose in cui si crede veramente. Brava Marina, come sempre vera e convincente, intenso e vibrante il "non attore" che si porta sulle spalle Rudolf Jacobs. Bravo Luigi che continua a percorrere strade impervie e di soddisfazione.

Piero Spila

 

ALL'EUROPA CHE VERRA'. RUDOLF JACOBS, L'UOMO CHE NACQUE MORENDO
Ho appena finito di vedere sul mio personal computer – restandone turbato e ammirato, commosso e felice come si è sempre quando si assiste a una rara epifania di bellezza e verità – al capolavoro del cinema italiano del 2011, che ci si augura di vedere anche nelle sale cinematografiche trattandosi del più recente film di Luigi M. Faccini, uno dei più grandi cineasti italiani viventi. Il suo titolo è Rudolf Jacobs, l'uomo che nacque morendo, tratto dal volume intitolato "L'uomo che nacque morendo" dello stesso Faccini (metà romanzo, metà memoriale storico: fu distribuito col giornale L'Unità un paio di anni fa), e interpretato – oltre che da vari e tutti validissimi "attori presi dalla strada" come si diceva una volta - da Carlo Prussiani (un odontotecnico bergamasco che suona la batteria, straordinariamente intenso nel ruolo di Rudolf Jabobs) e da Marina Piperno (l'unica vera e coraggiosa produttrice del cinema italiano, compagna di arte e di vita di Faccini, donna meravigliosa per intelligenza e umanità, nel ruolo di se stessa che cerca tracce di Jacobs – in questo road movie lungo nei luoghi della Storia e dell'anima - nella memoria collettiva e personale, nella geografia e nel cuore, su Internet e nei libri). Rudolf Jacobs era un capitano della marina germanica. Durante la II guerra mondiale si ritrovò in Italia, dove conobbe, e ne fu disgustato, l'estrema crudeltà del nazismo morente; riconobbe in essa la disumanità trionfante e l'abiezione che la vicenda umana può raggiungere quando a guidarla sono la follia e il servilismo, decidendo di passare alla Resistenza italiana in quanto "pronto a dare la vita purchè questa guerra insensata finisca anche solo un minuto prima", come spiegò ai partigiani con cui nel 1944 si mise in contatto, cercando e trovando accoglienza nelle loro fila. Jacobs morì poi, eroicamente, proprio da partigiano, da tedesco antinazista – per scelta etica ancor prima che politica –, facendosi italiano, anzi europeo. Come ha scritto Luigi Faccini nella lettera che accompagnava il pacco postale col quale mi ha inviato, in graditissimo dono, il DVD del suo splendido film: "In tanti siamo con lui. In tanti siamo lui. Non solo un capitano della marina da guerra tedesca passato ai partigiani del Levante ligure nell'estate del 1944, ma un uomo che si schiera, che sceglie, che decide di battersi contro la violenza di uno stato autoritario, contro lo sterminio di uomini che ha irrimediabilmente segnato il secolo breve. 'L'uomo che nacque morendo' è il nostro uomo che verrà. Un uomo responsabile, disposto ad offrire la sua vita affinché una guerra insensata abbia termine. Un uomo che sta dentro la Storia e non ne accetta gli sviluppi perversi. La morte costruttiva di quest'uomo libera la nostra coscienza e ci spinge lungo le strade difficili della giustizia. La sua morte sfortunata è piena di vita, piena di senso, piena di futuro. Per questo abbiamo dedicato il film "All'Europa che verrà", perché l'Europa delle banche e della finanza non è quella che ci piace. Ci piacerebbe l'Europa dei popoli, capaci di scambiare cultura e identità, costruendo scenari nuovi, disposti a mescolarsi piuttosto che ad arroccarsi nella trincea delle piccole identità, quella che ci piace e per la quale lavoriamo. Come diceva il mio maestro Braudel: "Sapere di essere stati è la chiave per aprire le porte del futuro". Luigi M. Faccini era venuto a sapere della vicenda di Rudolf Jacobs fin da bambino, grazie alle narrazioni d'un ex partigiano, Edilio Lupi, cugino di sua madre, che egli considera una sorta di proprio padre putativo. "Vedi da quanto tempo stavo 'girando' questo film?" mi ha scritto. Questo è tipico dei grandi cineasti e dei grandi artisti – di cinema e d'altro .- in genere. Non improvvisano, non seguono le mode, non cercano di star dietro ai gusti del pubblico né tanto meno agli orientamenti del mercato: covano una storia, un'idea, un'ossessione – che è a un tempo lirica ed epica, narrativa e pedagogica, etica ed estetica, fatta d'indignazione e d'amore, di intelligenza e di bontà – per anni, persino per decenni, tornandoci sopra, elaborandola, plasmandola, alfine traendone un'opera sublime, un capolavoro. Come questo, assolutamente straordinario.  

Stefano Beccastrini - Main Street 89, giornale on line

 

Cara Marina, caro Luigi,
la promessa così nitidamente contenuta nel VII e ultimo capitolo del vostro splendido Storia di una donna amata e di un assassino gentile viene portata a pieno compimento con questo film. E quanto concretamente e rapidamente. Ne esce un film assolutamente insolito, al quale non saprei affiancare alcun altro esempio nel panorama del nostro cinema.
Ad uscire vincente mi pare sia innanzitutto la vostra sanissima e da me assai condivisa convinzione che è necessario portare su altri terreni, anche poco o per niente esplorati, le modalità lavorative e distributive. L'autonomia realizzativa e promozionale che avete scelto di sistematizzare anche stavolta, trova in questa prova forme quanto mai calzanti e persuasive.
Ha visto bene chi a suo tempo (Alessandro Bernardi, ndr) disse che tutti i film di Faccini si richiamavano l'un con l'altro, quasi a formare un unico macrotesto, coerente e in continuo progredire, indefinibile e soprattutto illimitabile a priori! Un film di Luigi è riconoscibile quant'altri mai, ma anche una produzione di Marina lo è altrettanto: e quest'ultima sollecitazione torna a invogliarmi a un'analisi più in profondità del vostro lavoro – in particolare dei lungometraggi – cui sapete quanto tenga dal tempo della retrospettiva torinese e del lavoro coi miei studenti.
Il chiaro taglio didattico che avete voluto conferire (direi quasi umilmente) a questa vostra recente fatica invita a un grosso sforzo di circuitazione scolastica, politica e culturale cui, per quanto mi riguarda, nelle mie modeste possibilità certo non mi sottrarrò.
Lieto, commosso e grato di aver potuto essere tra i testimoni in anteprima di questo nuova e ulteriore tappa del vostro "Viaggio": trasportando con voi, sempre, le Valigie della Storia, il loro peso e la consapevolezza che ne deriva.

Nuccio Lodato

 

Caro Luigi,
sai quanto fossi ansioso di vedere questo tuo nuovo film: il mio interesse è nato a Torino quando hai presentato al Museo del Cinema Storia di una donna amata e di un assassino gentile e durante il Seminario che tu e Marina avete tenuto al DAMS avete parlato del lavoro che vi accingevate a realizzare; successivamente, mentre ancora il film non era finito, gli ho dedicato la mia relazione in un convegno organizzato dal Goethe Institut di Torino sul tema della rappresentazione del tedesco nei film italiani e dell'italiano nei film tedeschi.
Ora finalmente ho potuto vedere Rudolf Jacobs, l'uomo che nacque morendo e ne sono rimasto molto piacevolmente sorpreso, perché aspettavo qualcosa di molto diverso. Non mi ha certamente sorpreso la tua raffinata abilità nell'uso della telecamera, né la struttura drammaturgica ricca, densa, e concisa, insieme delineata dal montaggio, né la colonna sonora elaboratissima, né l'ormai noto vigore con cui Marina "buca" lo schermo con la sua presenza fisica e la sua intelligenza, né l'appassionato impegno di Carlo Prussiani (qui peraltro più sobrio e misurato di quanto appariva nel capitolo conclusivo di Storia di una donna amata). Confesso che aspettavo di vedere una docu-fiction che narrasse la biografia di un personaggio storico, invece il tuo film raggiunge risultati molto più ambiziosi: racconta un pezzo importante della Storia del Novecento presentando eventi che partono dalla vicenda dell'ufficiale tedesco passato a combattere insieme ai partigiani italiani, ma va molto oltre l'ambito individuale, per aprirsi ad un discorso sulla realtà presente di tutta l'Europa. Tu, Marina e Carlo siete tre ricercatori, tre testimoni che attraverso vari mezzi (internet, lettere, libri, interviste, racconti, riflessioni) mostrate il modo con cui i più alti valori umani possono emergere in un contesto orrendo, a cui sembra impossibile opporsi. Con un lodevolissimo intento didattico portate le "valigie della Storia" con sicurezza e leggerezza, perché siete mossi da un unico ed accomunante impulso, quello di affermare la libertà che vive in voi e che proponete come auspicabile modello per i cittadini europei di oggi e di domani.
Un'ultima osservazione: questo tuo film, così nuovo nell'attuale panorama italiano, così coinvolgente e affascinate, mi ha procurato grande emozione durante la visione, ma oggi, quindici giorni dopo, sento che in me questa emozione è viva come allora, anzi pare cresciuta: si è sedimentata e continua a fornirmi stimoli di riflessione. Di quanti film si può dire la stessa cosa?

Franco Prono

 

L'arte, nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, subisce ancora una variazione con Rudolf Jacobs, l'uomo che nacque morendo. Una mutazione che va ad attaccare i concetti di "finzione" e di "documentazione" ben oltre la normalità ormai consolidata delle forme ibride di connubio, perché coinvolge radicalmente il parametro della contaminazione con la disponibilità di quella tecnologia, la banca dati pret-a-porter, tipica di Internet. La macchina da presa di Faccini scivola dal ruolo guida di Marina Piperno e dall'interpretazione di Carlo Prussiani, i due protagonisti di oggi e di ieri, allo schermo del computer, dove la Rete gode del privilegio del primo piano, fornendo un'informazione che l'allestimento drammaturgico e il montaggio accumulano e poi depurano, sublimandolo a Storia. Non un documentario, non una narrazione, ma qualcosa di cui è fatta una coinvolgente ricerca poetica ed etica, che non si arresta mai di fronte ai confini del già codificato. Anche la voce fuori campo ha un valore di sintesi che stravolge la mera funzione della didattica, ma ribadisce la forza delle nozioni e delle idee che insieme contribuiscono ad assestare alle sequenze quell'unica religione di cui si può coniugare senza remore il fondamentalismo laico: la moralità della Memoria. Il film di Faccini è non solo testimonianza di una straordinaria avventura esistenziale ma anche la registrazione di un'impossibilità di produzione: quella di girare una pellicola di "fiction" che i modelli e i soggetti di finanziamento giudicano estranea alle logiche di mercato. Così Faccini, genialmente, reinventa un'opera d'autore, che è dura e pura unicamente nella sua idealità progettuale non nell'ideologia di un "genere" consumato da troppe ambizioni smodate e sbagliate. Il ritmo del montaggio, lo stile che deve sperimentare anche la sua stessa prima volta, l'occhio che pulsa tra natura ed altri echi (poesia, pittura, cinema), i sopralluoghi che fingono una cosa per diventare, invece, un'altra, l'apporto fondamentale da "Virgilio" di Marina Piperno, i lembi di mare e di cielo della Lunigiana, la folgorante semplicità con la quale è raccontata la scelta di campo di Rudolf Jacobs, persino i toni western, da bivacco e da mitraglia, su fotogramma nero, la corsa commemorativa verso "l'uomo che verrà" di un'Europa che anch'essa verrà, affermano come il cinema possa anche essere la vita al lavoro. Che è poi il senso più intimo e vero, da irriducibile e non riconciliato umanista, di tutto Luigi Faccini cineasta. Anche al tempo di Internet.

Natalino Bruzzone

 

DI RUDOLF JACOBS, L'UOMO CHE NACQUE MORENDO
Le vie del cinema (come quelle dell'anarchia) sono infinite... il linguaggio del cinema è demiurgico, l'intelligenza creativa è il suo laboratorio... il cinema, quando è grande, è portatore dell'uomo, della donna in amore, dei loro dolori e delle loro storie insorte per conquistarsi il diritto di vivere tra liberi e uguali... è un vivaio di sentimenti, emozioni, desideri che riprendono infanzie perdute o educazioni mai trascurate... la dolcezza è la capacità di differire e solo i poeti, i bambini o i folli sanno comprendere, fuori dalle istituzioni e dalle convenienze, certo, la bellezza convulsiva delle passioni e fanno dell'incanto e della gioia la più radicale autobiografia di un'epoca subordinata all'utilitarismo e agli interessi ideologici... loro e solo loro hanno compreso che "ogni misura è tragica, implica la gestione di un capitale esauribile. L'uomo sottomesso all'impiego del tempo che non ha agognato, desiderato, voluto, è una macchina in un mondo di macchine.
Strumentalizzato, e agli ordini dei produttori di cadenza, che sono perciò i padroni del reale" (Michel Onfray). Il cinema di Faccini, appunto, lavora contro le orde canoniche dell'ordinamento dello spettacolo e la dissipazione dell'innocenza profanata del divenire. In chiusa a Storia di una donna amata e di un assassino gentile (uno dei film più importanti del nuovo millennio), Faccini annuncia (in poche magistrali sequenze oniriche, anche) la figura di Rudolf Jacobs, un capitano della marina germanica, giunto a La Spezia nel 1943 e passato alla Resistenza italiana il 3 settembre del 1944... fu ucciso due mesi dopo (il 3 novembre) mentre comandava un'azione contro le Brigate Nere acquartierate in un albergo di Sarzana. Sepolto in questa città, Rudolf Jacobs è insignito della medaglia d'argento al valor militare (per molti anni, in Germania, fu considerato un "disperso"). Faccini aveva raccontato la vicenda di Jacobs in un libro (L'uomo che nacque morendo) di grande forza del reale e con la finezza scritturale, storica, etica che gli è propria, era riuscito a trasmettere i valori di un uomo e le brutture politiche (ma anche le risorgenze generazionali) della propria epoca.
Nel film Rudolf Jacobs, l'uomo che nacque morendo Faccini riprende la medesima traccia e costruisce un'architettura filmica atonale a quanto circola sugli schermi italiani... non è un documentario, né un film di finzione soltanto... è un atlante agnostico dove s'intrecciano narrazioni storiche, la "donna amata" del regista (Marina Piperno, produttore indipendente di film eversivi, mai dimenticati), l'uso sapiente della Rete... ed è dedicato all'Europa che verrà, quella dei popoli liberati dei terrorismi del Fondo monetario, della Banca mondiale, dei mercati globali... si apre con la Piperno che legge sdegnata pezzi del Mein Kampf (1925) e termina con la corsa a staffetta di maratoneti emiliani che indossano magliette con l'effige di Rudolf Jacobs. L'insieme è una tessitura di idee, immagini, documenti, musiche, suoni che attraversano i luoghi della memoria, cancellati ormai dall'incuria, dal disprezzo, dall'indifferenza della politica attuale... la voce fuori campo testimonia il percorso, l'identità, l'alterità di un uomo che è altro dal soldato chiamato a erigere fortificazioni sulle coste del levante ligure per l'organizzazione TODT (dove Rommel temeva lo sbarco degli alleati)... un uomo (di origini ebraiche) che non voleva essere complice della Shoah e delle stragi nazi-fasciste che insanguinavano l'Italia... un uomo che passò alla Resistenza e con le armi in pugno nacque, appunto, morendo. Delle sue intenzioni Faccini scrive: "In tanti siamo lui. Non solo un capitano della marina da guerra tedesca passato ai partigiani del Levante ligure nell'estate del 1944, ma un uomo che si schiera, che sceglie, che decide di battersi contro la violenza di uno stato totalitario, contro lo sterminio di uomini che ha irrimediabilmente segnato il secolo breve."l'uomo che nacque morendo" è il nostro "uomo che verrà". Un uomo responsabile, disposto ad offrire la sua vita affinché una guerra insensata abbia termine. Un uomo che sta dentro la Storia e non ne accetta gli sviluppi perversi. La morte costruttiva di questo uomo libera la nostra coscienza e ci spinge lungo le strade difficili della giustizia. La sua morte sfortunata è piena di vita, piena di senso, piena di futuro. Per questo abbiamo dedicato il film all'Europa che verrà, perché l'Europa delle banche e della finanza non è quella che ci piace. Ci piacerebbe l'Europa dei popoli, capaci di scambiare cultura e identità, costruendo scenari nuovi, disposti a mescolarsi piuttosto che ad arroccarsi nella trincea delle piccole identità. E' per questa Europa che lavoriamo. Come diceva il mio maestro Braudel: Sapere di essere stati è la chiave per aprire le porte del futuro". Tutto vero. Quando la sommatoria dei dolori supera quella della felicità ferita a morte, bisogna molto semplicemente decidere di rompere l'origine del male.
Rudolf Jacobs, l'uomo che nacque morendo è un'opera epica... poesia, pittura, sapienza filmica, citazioni colte (gli spari dei fascisti su Jacobs tratti da Il mucchio selvaggio, 1969, di Sam Peckinpah, sono versati su fondo nero e il suo corpo, deposto in luce caravaggesca, violenta e dorata, ricorda, nel taglio delle inquadrature, l'Ernesto "Che" Guevara sul tavolaccio di una scuola boliviana, crivellato di colpi, prima che gli fossero tagliate le mani e date in pasto ai cani randagi, suscita dissidi profondi)... l'attorialità straniante (non solo della Piperno), la bellezza del paesaggio, le parole dell'autore che sono dei veri e propri appelli alla resistenza sociale... lavorano in un'architettura espressiva che è parabola, metafora, deploro, risentimento, anche, contro la benevolenza della storiografia dominante che tutto dimentica e tutto assolve in cambio di semplificazioni arbitrarie... la "selvatichezza" interpretativa di Carlo Prussiani è di intensità sorprendente (sempre dentro il personaggio), la regalità visiva di Marina Piperno, il montaggio metaforico di Sara Bonatti, la musica avvolgente di Oliviero Lacagnina, le inquadrature perentorie, singolari, surreali, di Faccini... i corpi, i volti, i gesti di attori presi dalla strada... esprimono una geometria di sentimenti struccati e fanno di questo film un'epifania del meraviglioso che conta i propri morti e, nel contempo, privilegia l'accezione di una storia dell'infamia decostruita e riportata alla bellezza che le compete.
In Rudolf Jacobs, l'uomo che nacque morendo Faccini lavora come nelle "canzoni di gesta", elabora una visione/filosofia dell'ascolto e riacutizza l'immaginario violentato dalle revisioni della storia... dissemina in ogni sequenza un'estetica della libertà, rovescia lo scenario delle parti maledette e scolpisce sullo schermo il temperamento, il tono, la prospettiva di una maniera di fare cinema (usando una molteplicità di arnesi culturali)... l'umanità dolente di Bruegel, la scenografia inventata (Orson Welles, Pier Paolo Pasolini, Jean-Luc Godard...), la fotografia sontuosa quand'è necessaria, l'originalità del frammento documentale inserito nella descrizione, il valore d'uso di Internet che rapina la notizia storica, la biografia incrociata, l'autobiografia dispersa nella voce narrante... sono i grimaldelli affabulativi con i quali il regista fabbrica un evento/debutto che inizia dalla fine e fa della propria presenza una lettera aperta di educazione alla libertà... la grazia, la grandezza, il gusto di Faccini in tutto il suo fare — cinema disvela le virtù servili del luogo comune e mostra che la magnificenza di un'arte (non solo cinematografica) implica anche la maniera di farla... "A molti sembra che chi non esagera nella lode, insulta... Io direi invece che lodi in eccesso sono lacune della capacità, e che chi troppo loda o si burla di sé o degli altri... e in materia di lodi è arte saper misurare" (Baltasar Gracián, gesuita, 1601-1658). Tutto vero. Il film di Faccini non racconta un eroe, ripercorre le intimità, le passioni, gli amori familiari di un uomo e le sue fragilità esistenziali... fa di una vita donata alla libertà dei popoli oppressi uno strumento per dissodare, per costruire, per edificare una società più giusta e più umana.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 22 volte luglio 2011

Pino Bertelli


IL MORANDINI 2012
Rudolf Jacobs
, l'uomo che nacque morendo It. 2011 di Luigi M. Faccini con Marina Piperno, Carlo Prussiani, Alessandro Cecchinelli, Giulio Marlia, Paolino Ranieri, Rudolf Jacobs jr., Birgit Schicchi Tilse. Uscito da una famiglia dell'alta borghesia di Brema, R.J. (1914-1944) è un Capitano della Kriegsmarine germanica che il 3 settembre 1944 diserta, raggiunge i partigiani dell'estremo levante ligure e – "pronto a dare la vita purché questa guerra insensata finisca anche un solo minuto prima" – muore a Sarzana, due mesi dopo, durante un'azione contro le Brigate Nere. Tratto dal libro omonimo di Luigi Monardo Faccini (I ed. 2004; II ed. 2006) e dedicato "all'Europa che verrà" (quella dei popoli, non delle banche e della finanza), è il primo on the road movie, via internet, dentro la Storia. Si apre con Marina Piperno che legge frammenti del Mein Kampf (1925) di Hitler e termina con una corsa, a staffetta, di 150 km, che una ventina di maratoneti di Novellara (Emilia) compiono in onore e memoria di quel eroe tedesco ("se non c'è memoria c'è sbandamento, la memoria è l'esserci dell'intelligenza", dice uno di loro). Il film pratica due percorsi complementari: l'uno, attraverso il computer, penetra nel web cercando immagini, informazioni, documenti, suoni; l'altro, più materiale, in auto e a piedi, attraversa i luoghi nei quali la Storia ha fatto sosta o è transitata, luoghi ormai in preda all'oblio, all'abbandono, al degrado, quasi cancellati con tutta la memoria di cui sono portatori. Stilisticamente raffinato, pur nella sua tenace concisione, è un film di ammirevole complessità tematica. Racconta come e perché, con graduale progressione, Rudolf Jacobs giunga alla definitiva scelta, quella di un uomo che sta nella Storia, ma ne rifiuta gli sviluppi perversi. La sua morte è costruttiva, piena di vita, di senso, di futuro, nel mondo dello sterminio in cui "i sogni muoiono prima di essere sognati". Una lezione di Storia profondamente emotiva, ma controllata da una strenua lucidità etica. Un modello da imitare, in nome di fratellanza, solidarietà, giustizia, libertà. S. Bonatti al montaggio, O. Lacagnina per la musica. Prodotto e distribuito in DVD da Ippogrifo Liguria ass. cult. (Via Severino Zanelli 35 – 19032 Lerici, SP).

Doc. Stor. 96' T ****

 

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