INGANNI 1985

Soggetto e sceneggiatura: Luigi Faccini, Sergio Vecchio. Fotografia: Marcello Gatti. Fotografi di scena: Salvatore Alessi, Enzo Appetito. Scenografia: Michele De Luca. Costumi: Tonia Ermini. Montaggio: Gino Bartolini. Musica: Luis Bacalov. Missaggio: Romano Checcacci. Regia: Luigi Faccini.

Con: Bruno Zanin, Olga Karlatos, Mattia Sbragia, Daniela Morelli, Barbara Valmorin, Remo Remotti, Piergiovanni Anchisi, Ugo Fangareggi, Otto Richter, Bernd Witthüser, Kenneth Belton, Pasquale Zito. Con i degenti dell’ospedale psichiatrico di S. Maria della Pietà di Roma.

Produzione: MP srl di Marina Piperno. Contributo art. 28 del Ministero Turismo e Spettacolo.
Sviluppo e stampa:
LVR di Luciano Vittori. Girato in Agfa 35 mm, colore. Durata: 96’.

Distribuzione: Off-limtits.

 

Dino Campana, per molti il poeta più grande che l’Italia abbia avuto nel secolo scorso... Il film inizia con la crisi del suo amore tempestoso per la scrittrice Sibilla Aleramo. Siamo nel 1916. Due anni più tardi, povero, amareggiato, rifiutato dalla famiglia e dalla società letteraria del tempo, accetta il ricovero nel manicomio toscano di Castel Pulci. Durante la degenza - siamo già nel 1928 -, un giovane psichiatra, Carlo Pariani, attratto dalla poesia dei Canti orfici nel frattempo ripubblicati, cerca di decifrare il mistero della sua creatività. Vorrebbe indurlo a rientrare nella vita e nella società letteraria che, tardivamente, lo ha riconosciuto “grande”. Il rapporto tra lo psichiatra e Campana è ambiguo, rischioso per entrambi. Lo psichiatra “studia” e inquisisce il poeta. Dino Campana si trincera, finge, nega, mendica comprensione. Dai deliri nei quali si rifugia per difendersi dalle intrusioni dello psichiatra emerge Sibilla, severa, invitante. Ma anche la madre, con la quale ha sempre avuto un rapporto improntato all’aggressività. Lo psichiatra non convincerà Campana ad uscire dal manicomio, ma risveglierà in lui frammenti di coscienza e di lucidità, intuendo, ma senza afferrare il segreto della “grande musica” inseguita dal poeta...

È il 1972 quando apprendo dell’esistenza di Dino Campana. Della sua poesia, naturalmente. Sono ad Arezzo, immerso nell’esperienza basagliana che in quegli anni, preparandosi alla chiusura dei manicomi, tentava di aprirli alla società esterna: da luoghi di reclusione a luoghi di visita e frequenza, da luoghi morti a luoghi vivi. Ero lì, un po’ casualmente, come regista che avrebbe dovuto prelevare frammenti di quel tentativo per un ciclo di trasmissioni televisive dedicate alla “riforma sanitaria”. Mi ci appassionai, a tal punto che ad Arezzo dedicai un’intera puntata del programma. E ci tornai, per due anni di seguito, in una funzione del tutto inventata, quale animatore di quel vuoto, di quella stasi, di quel silenzio rotto da grida improvvise che era il manicomio, che è ancora dove non sono totalmente chiusi. Agostino Pirella, braccio destro di Basaglia e direttore di quell’Ospedale, mi consentì di vivere in mezzo ai degenti; guai chiamarli matti: matta era la società che li discriminava, in quanto strani, diversi, disturbati, poco produttivi. E molto era vero: quanti contadini erano stati confinati in manicomio da famiglie spazientite, che altro avevano da pensare? L’Ospedale Psichiatrico di Arezzo riuscì, infatti, a dimettere, e ricollocare in case-famiglia, nel corpo della città o nei suoi dintorni, decine e decine di persone. Li filmavo con una telecamerina Akai 1/4 di pollice, consentendo a gente reclusa da trent’anni di afferrare un microfono e dire (il più delle volte tacendo, tragicamente) qualche parola sensata o suono mozzo. Trascrivevo le registrazioni e partecipavo al rito di “apertura” del manicomio, quando vi affluivano parenti e amici che si incontravano con infermieri, medici e degenti, ripristinando percorsi di vita, cominciando, quindi, a distruggerlo, come luogo di segregazione definitiva. Drammatiche erano, spesso, le riflessioni post-assembleari, quando le contraddizioni emerse venivano analizzate in ogni loro implicazione e dinamica. Fu per me un’esperienza squassante, formativa come nessun’altra. Avevo poco più di trent’anni. L’età in cui Dino Campana, ridotto allo stremo delle sue capacità di resistenza nel mondo che lo circonda, un po’ getta la spugna, un po’ viene espulso da madre, padre e comunità di Marradi. Ma tutto questo non lo sapevo ancora. Perché Dino Campana, fino a quei giorni, per me non era che un nome nell’antologia poetica del Novecento... Una mattina, prima di immergermi nell’impegno quotidiano di “ascoltatore”, pesco in una libreria di Arezzo una copia dei Canti orfici, in edizione Oscar. Sfoglio. Leggo suoni. Ascolto colori. “Andavamo andavamo, le vele molli di caldi soffi...”, leggo. Io sono ligure, di Lerici, discendente di marinai, spesso morti per acqua furibonda. Ho una madre genovese, nata da migranti lericini. È un mancamento istantaneo che mi prende. E poi: «Usted quiere mate?». Qualcuno, nella pampa, si rivolge a Dino Campana e gli offre la bevanda nazionale argentina. Sono con lui, immediatamente, di notte, sotto un cielo chissà se stellato o nero come pece. «E per i vicoli che in alto sale... che bianca e tremula salì...». Ed eccomi a Genova. A casa di mia madre. Sui moli dove mio padre attraccò nella sua brevissima giovinezza, senza sapere quanto breve sarebbe stata. Il viale che porta al fabbricato tozzo, ma signorile, della direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Arezzo, è fiancheggiato dai tigli. La brezza spiuma i fiori dal profumo caramelloso. Io leggo e viaggio con Dino. Mi ha portato con sé sulla Verna, dove voleva salire “come il falco”. Un degente, contadinello insieme stolto e furbesco, sta a cavalcioni di una panchina in pietra. Piega il collo per curiosare. Mi avvicino. Gli mostro la copertina del libro. «Sono poesie...», dico. «Vuoi sentire qualcosa?». Annuisce. «O siciliana proterva opulenta matrona...». E trascino ‘il matto’ nei vichi marini, nella notte mediterranea, nella devastazione, occhiuta. Tremo, leggendo. Batto il piede, cercando la cadenza erotica di quei versi. Smetto e guardo quella faccia pallida, dagli occhi spalancati, che sorride, come se mi prendesse in giro. «Ma questa non è poesia, è musica!», dice. Devo a quel ‘matto’ e a Dino Campana, abbandonati da chi non era stato capace di amarli, la fulminazione che mi ha portato a covare Inganni, ispirato al mio Campana e a tutti i matti che vado ancora cercando nella vita. Durò dodici anni l’attesa e la sceneggiatura fu scritta e riscritta un’infinità di volte. Moravia disse trattarsi di «un film campaniano». Mai complimento fu più gradito...

In concorso al Festival di Locarno (1985)
Menzione Speciale della Giuria
Menzione Speciale della Giuria di “Cinema e Gioventù”

In concorso al Festival del Cinema Neorealistico di Avellino (1985)
Laceni d’oro a Bruno Zanin, Mattia Sbragia, Luigi Faccini e Marina Piperno

Nastro d’Argento per la fotografia a Marcello Gatti (1986)
Nastro d’Argento Speciale a Luigi Faccini (1986)

Anteprima nazionale a Marradi. Invitato a: Valencia (1986), Gand (1986), Nairobi (1986), Madrid (1986), Buenos Aires (1987), Mosca (1987), Barcellona (1988), New York (1989) e in tutte le retrospettive Faccini.

 

“Terribile e bellissimo...”

Sauro Borelli, l’Unità

 

“Un film ‘dentro’ Campana. Uno dei film più originali degli anni ’80...”

Morando Morandini, Il Giorno

 

“Uno dei meriti di questo film insolito e insolitamente ambizioso è di conservare a Campana l’alone della poesia. La qualità principale del film è nel carattere campaniano della regia...”

Alberto Moravia, L’Espresso

 

“Film intenso, lacerante. Una bella realtà del cinema italiano...”

Sergio Frosali, La Nazione

 

“Film forte, splendido...”

Agostino Pirella, Il manifesto

 

“Il film raggiunge un connubio stilistico raramente ottenuto e altrettanto raramente perseguito da altri autori. Meravigliosa la fotografia di Marcello Gatti...”

Mino Argentieri, Rinascita

 

“Sapiente costruzione narrativa. Flusso armonico di immagini...”

Leonardo Autera, Corriere della Sera

 

“Il matto geniale, il folle capace di accendere le parole, l’avventuriero innocente che mescolò viaggi e fughe. Pregevole opera di Faccini. Una coraggiosa produzione indipendente di Marina Piperno...”

Sergio Reggiani, La Stampa

 

“Il film echeggia Géricault e Van Gogh. Bruno Zanin dà a Campana personalità vitale e sognante, furia e dolente nostalgia...”

Mirella Poggialini, L’Avvenire

 

“Il film procede con severa eleganza...”

Alfio Cantelli, Il Giornale

 

“Film dal fascino non comune...”

Vittorio Albano, L’Ora

 

 

Ivo Franchi
Il miglior omaggio postumo
Itinerari paralleli - non necessariamente coincidenti -, si muovono in questo periodo intorno alla figura di Dino Campana, grande poeta, “eccentrico” nel paesaggio letterario italiano di inizio novecento: la suggestiva lettura de La notte della cometa di Sebastiano Vassalli, il film Inganni di Luigi Faccini, l’estrema ipotesi teatrale di Carmelo Bene che si è recentemente misurato con i Canti Orfici. A metà fra biografia e narrazione, Vassalli individua luoghi e momenti della vita di Campana, sottraendolo allo psicologismo e facendo emergere dal romanzesco il reale, e viceversa. Carmelo Bene, nel suo “work in regress” - ritorno alle radici letterarie di Campana e, analogamente, alle radici della nostra lingua in un percorso che attraversa le riletture di Dante, Manzoni e Leopardi -, intreccia frammenti poetici e prosastici in una alternanza drammatica piuttosto che narrativa, secondo le atmosfere di una parola che tende alla pura phoné fuggendo la dittatura della pagina scritta, di là dal mero valore d’uso del significato, in un territorio dove vita e poesia si incontrano. «Ero uno volta scrittore, ma ho dovuto smettere per la mente indebolita. Non connetto le idee, non seguo...», dice Campana allo psichiatra Carlo Pariani che lo interroga nel manicomio di Castel Pulci. «Ora bisogna che mi occupi di affari più importanti...». Il poeta di Marradi, un po’ come Joyce, ha una memoria simultanea di volti e di cose, lavora su accostamenti improvvisi e inconsueti, ricrea sullo spartito il dinamico flusso della “modernità” e “dell’esperienza vissuta”; in ciò più vicino a Baudelaire e Rimbaud che a D’Annunzio e ai futuristi. “Ogni tanto scrivevo versi balzani, ma non ero futurista”, annota nei suoi taccuini. “Il verso futurista è falso, non è armonico. È una improvvisazione senza colore e senza armonia. Io facevo un poco di arte...”. È inutile, nell’opera di Campana, la distinzione tra poesia e prosa, tra ritmo narrativo e ritmo della parola: non si può parlare di un Campana poeta e di un Campana prosatore poiché, come ha scritto Giacinto Spagnoletti, “il poeta è sempre presente, e, laddove il verso manifesta una sua forza ancora impetuosa e pulsante, la prosa ne trattiene lo slancio in un andamento sicurissimo, che le dà l’aria di cosa classica”. Il mistero che aleggia intorno al personaggio Campana non è facilmente decifrabile, né confinando la biografia sulla sfondo dell’attività poetica (peraltro brevissima), né, tantomeno, lavorando sulla scorta di improbabili letture psicoanalitiche. In questo senso Luigi Faccini, con Inganni - il film sulla vita di Dino Campana -, ha colto pienamente nel segno. L’ambito delle esperienze, umane e artistiche, in Dino Campana è correlato in modo strettissimo: mitologie barbariche ed esoterismi, avverte Mario Luzi, non sono da prendere alla lettera, ma vanno considerati quali “commutatori di esperienza” per le sue fughe, in avanti e indietro nel tempo (flash-back e flash-forward cinematografici), “nel tempo non lineare che, a parte la mistica orfica e nietzschiana dell’eterno ritorno, è la traccia lungo la quale si incontrano e si smarriscono gli archetipi della nostra esistenza”. Nel cimentarsi con un personaggio così affascinante e sfaccettato, “indecifrabile” secondo i percorsi della logica comune, Luigi Faccini è sfuggito tanto al rischio di farne un epigono dell’eroe romantico e decadente, quanto a quello di rinchiuderlo in una interpretazione “razionalizzante”. Rispettando la fondamentale inclassificabilità di Campana - la sua “atipia”, per utilizzare un termine caro a Roland Barthes -, Faccini ha ricostruito un periodo chiave di quella biografia, cioè l’esperienza manicomiale, che copre circa un terzo della vita del poeta, internato dal 1918 al 1932, anno della morte per setticemia. Un breve prologo incentrato sul rapporto con Sibilla Aleramo (una straordinaria Olga Karlatos). Il luogo: una spiaggia invernale, con il mare agitato, che rimanda ad un paesaggio dai colori metafisici. Tinte livide e minacciose: sembra stia per piovere. In questa scenografia naturale, inquietante, i due amanti consumano la loro bruciante passione amorosa nella tragedia dell’incomprensione. Campana insulta Sibilla, la picchia. Ritornano in mente i bei versi della scrittrice: “Rosa calpestava, s’abbatteva il pugno / e folle lo sputo sulla fronte che adorava / Feroce il suo male più di tutto il mio martirio”. È l’ultimo periodo di parziale lucidità di Campana. Il poeta non riesce più a scrivere. In preda a una sorta di afasia, guardando il mare, dice: «Davanti alle cose troppo grandi sento l’inutilità della vita...». Dopo non ci sarà che il silenzio allucinato del manicomio, un tempo ciclico, ripetitivo, che scorre sempre uguale, giorno dopo giorno. È qui che si svolge la vicenda di Inganni, nel tempo fermo della reclusione manicomiale. Faccini ha scelto come ambientazione l’ospedale psichiatrico di Roma, il Santa Maria della Pietà, utilizzando qualche decina di degenti per il ruolo dei “matti”. Sedotto dall’ambiguo rapporto fra realtà e finzione - una costante del suo cinema -, Faccini opera una raffinata e sottile interpolazione, inserendo nella fiction del “racconto” brandelli di “reale”, di vita vissuta. Ma il “racconto” è a sua volta costruito su di una biografia (reale?), per cui Faccini impernia la trama su due personaggi principali: Dino Campana e un giovane psichiatra che lo sottopone ad una terapia avanzata rispetto a quelle in uso nel periodo. Lo psichiatra è interessato a un colloquio con il poeta, gli chiede di poter leggere i suoi taccuini, intende dimostrare la sua sanità mentale al direttore del manicomio. In un gioco continuo di simulazioni, e “inganni” appunto, tra i due protagonisti si instaura un rapporto strano, ambivalente, che viene continuamente mutato e rovesciato, a seconda delle circostanze. Complicità e rifiuto, confronto e scontro, sono le polarità opposte, ma complementari, della vicenda. La percezione “sinestetica” di Campana - «Io ho inventato il colore nella poesia italiana» - viene rappresentata in una serie di flashback, di sogni, di allucinazioni e visioni: nello spazio concentrazionario dell’ospedale psichiatrico (sbarre, inferriate, reti, porte metalliche, chiavistelli, fanno sentire la loro soffocante e claustrofobia presenza) il poeta vive e rivive momenti della propria esistenza, non importa se reale o immaginaria: la storia con Sibilla, il rapporto con la madre, la compenetrazione con la natura (simboleggiata dal motivo ricorrente dell’acqua che scorre). Allo psichiatra che lo rimprovera di perdere tempo risponde: «Io non invecchio mai perché la suggestione può anche ringiovanire cento duecento tremila anni di vita, qualunque età. Con la suggestione posso ringiovanire molti anni, posso vivere a volontà...» E, nel finale, l’ultima finzione, beffarda, nei confronti dell’amico/nemico psichiatra, che, estromesso dal manicomio per motivi di “ordine”, va ad accomiatarsi da lui. Simulando la sua intenzione di non scrivere più, Campana gli consegna il taccuino dei suoi appunti poetici. Una volta uscito dall’ospedale lo psichiatra si accorgerà che le pagine sono bianche. Il silenzio, metaforico e reale, come “inganno” supremo di chi non può più prendere la parola, ovvero, l’impossibilità di sottrarsi al linguaggio e alla tirannia del senso. A me pare il miglior omaggio postumo a Dino Campana.

(Cinema Nuovo, marzo-aprile 1986)

 

 

 

 

Alla pag. 120 di Cinema come un'infanzia trovate il saggio di
Luigi Faccini, Il padiglione delle donne criminali.
Alle pagine 121-125 trovate il diario di lavorazione di Marcello Gatti, direttore della fotografia.
Alle pagine 117-118 trovate il saggio di Sauro Borelli, Rileggendo un film che ho molto amato.
Alle pagine 218-222 trovate il saggio di Agostino Pirella, In memoria dei poeti massacrati.