GIAMAICA 1998
c’era una volta un ragazzo che aveva un sogno...

Soggetto, Sceneggiatura e Montaggio: Luigi Faccini. Fotografia: Marco Sperduti. Presa diretta del suono: Fabrizio Andreucci. Scenografia: Marco Dentici. Costumi: Fabiola Di Vittorio. Decorazione e murales: Tiziano Giuffrida. Fotografo di scena: Umberto Montiroli. Montaggio: Romano Pampaloni. Musica: Livio Bernardini, Antonio Lombardi, Egildo Simeone. Missaggio: Adriano Taloni. Regia: Luigi Faccini.

Con: Giuseppe Apolloni, Zeremariam Benini, Tiziano Giuffrida, Stefano Guerriero, Giuseppe Talarico. E con: Ludgero Fortes Dos Santos, Giampiero Lisarelli, Azieb Beyan, Paola Bacchetti, Alberto Rossatti, Lourdes De Arruda, Francesco Gagliardi, Eva Gaudenzi, Fiammetta Spina.

Produzione: Una produzione REIAC Film srl di Marina Piperno, Rai Cinema e Fondo di Garanzia del Ministero dei Beni Culturali. Sviluppo e stampa: Servizi SpA. Girato in Kodak 35 mm colore. Durata: 84’. Distribuzione cinematografica: MIKADO. Distribuzione in cassetta: MEDUSA video.

 

Nella periferia di una metropoli notturna, istoriata dai murales e dai graffiti delle ultime generazioni giovanili, un ragazzo di colore muore bruciato nell’incendio doloso del ‘centro sociale’ che l’ospitava. Aveva sognato un viaggio verso il reggae, la ganja e la tolleranza dei rasta giamaicani... Chi sono i colpevoli dell’assassinio? Gli amici del ragazzo ucciso ne immaginano l’identità, ma più che cercarli rievocano dolorosamente i frammenti di quella vita spezzata. Un furgone dai colori squillanti, vera e propria scialuppa di salvataggio in un mare di insicurezza e di violenza, li trasporta e li protegge, mentre ad uno di essi sta per nascere un figlio, ma senza sapere in quale ospedale sia finita la sua giovanissima moglie. Morte e compianto, vita e speranza, si intrecciano durante quella lunga notte, sfiorando la verità e scoprendo sentimenti di amicizia e paternità che nessuno di quei giovani aveva mai immaginato esistessero...

Giamaica, film

Auro B. non aveva ancora 18 anni quando morì bruciato nell’incendio del centro sociale che in quella notte l’ospitava. Era figlio di un’eritrea e di un italiano. Non era nato a Roma ma si esprimeva nel romanesco impoverito dei ragazzi di oggi. Aveva fronte spaziosa oltre gli occhi grandissimi e un’unica treccia nera che gli arrivava fino al fondo della schiena. Ti salutava con il sorriso innocente e spavaldo di chi ha davanti un mondo da conquistare. Certissimo di farcela. Ma gli pesava essere di colore. Reagiva duramente alle aggressioni razziste. Conobbi Auro B. nel 1991, mentre preparavo Notte di stelle. Me lo presentò Tiziano Giuffrida che di quel film sarebbe stato il protagonista. «Che cosa sai fare?», gli chiesi. Auro mi guardò, sfottente. «Nun zo ffa’ gnente...», disse, suggerendo, invece, speciali abilità. Poi accennò passi di breakdance. Sfidò Tiziano. Erano due campionicini che si erano esibiti sui pavimenti lisci della Galleria Colonna, in centro. Fecero a gara a chi ruotava di più sulle spalle. Vinse Auro. Da terra si rimise in piedi con uno scatto di reni. «Ma nun me devi ripija’ contro 'sta mmerda griggia...», disse, indicando i palazzoni di cemento di Tor Bellamonaca. Auro vendeva Cd “in piazza” sul banchetto improvvisato di un parente. Avrebbe voluto andarsene in Giamaica. Sogno di chi vede nel reggae e nella marijuana libera la via della pacificazione interiore e della tolleranza... Feci appena in tempo ad immaginare un folletto danzatore che tentava di sfuggiva alla desolazione delle periferie, per diventare “persona”, che Auro era già stato cancellato dalla vita. A Tiziano, e ai suoi amici che proseguirono con me l’avventura di Notte di stelle promisi che avrei scritto un film per lui. Perché Auro non venisse dimenticato, perché della sua giovane vita non si perdesse il segno. Con Giamaica ho adempiuto a quella promessa. Un film per rabbia e per affetto. Un film perché il sentimento adulto del ricordare si stabilisse per sempre nella mente e nel cuore dei suoi amici. Ma anche di coloro che Auro non hanno mai conosciuto. Un film sull’amicizia e sul crescere faticoso dei giovani...

 

EVENTO SPECIALE al 51° Festival Internazionale del Film di Locarno (1988)
durante il quale le proiezioni di Giamaica sono state precedute da un “recital” tratto dal romanzo La baia della torre che vola di Luigi Faccini. Musiche di Livio Bernardini, Antonio Lombardi, Egildo Simeone.

Museo del Cinema di Torino (1999) e Casa della Cultura di Milano (1999): retrospettive Faccini. Street Film Festival Milano (1999), Med Film Festival Roma (1999), Messina Film Festival (1999), Germania (2000), Festival del cinema italiano: Berlino e altre ventitre città tedesche. Stoccolma (2000), settimana del cinema italiano. Tagliacozzo Film Festival (2000), retrospettiva Faccini. Bènodet, Les Chercheurs d’âme (2000), omaggio al cinema italiano.

Premio Tertio Millennio, Città del Vaticano

 

 

 

“Cinema a 98 ottani...”

Marco Muller, direttore del Festival di Locarno

 

“Il film respira, danza, ama, ha pietà. Un oratorio atonale, una suite free jazz, un requiem non consolatorio, un musical politico con il ritmo di un rito sacro...”

Roberto Silvestri, il manifesto

 

“La musica, nella sua dimensione tonale, svolge una funzione protettiva, mentre si carica di presagi funesti nelle sue variazioni atonali. Si vede che il regista ama le sue creature. Quella di Faccini è un’idea generosa del mestiere di cineasta...”

Michele Anselmi, l’Unità

 

“Ballata lunga una notte, piena di incanti e sorprese, di amarezze e speranze. Coraggioso...”

Fabio Ferzetti, Il Messaggero

 

“Viaggio iniziatico. Una moderna parabola che assume i toni del musical e che nella nascita di un bambino vede un segno di vittoria contro l’emarginazione e la solitudine...”

Enzo Natta, Famiglia Cristiana

 

“Film dolente e notturno, in cui i personaggi sono osservati con l’occhio di un fratello e, insieme, di un padre. Nel suo film stilisticamente più inventivo si ritrova la forte impronta espressionistica che caratterizza la narratività di Faccini, sia cinematografica che letteraria...”

Morando Morandini, Dizionario dei film

 

“La Giamaica di Faccini è un tropico del sogno, un’allucinazione urbana, un on the road volutamente deprivato del movimento, un melò proletario che codifica la rabbia in un’atmosfera onirica, che fluttua in una staticità straniante. Risultati ipnotici, claustrofobici, ammalianti ...”

Fabio Bo, Il Messaggero

 

“L’atmosfera notturna consente a Faccini di esasperare i contrasti cromatici, di far vibrare nell’aria un senso di sospensione e di attesa. Dimensione onirica delle immagini. Uso elaborato delle luci e dei colori...”

Virgilio Fantuzzi, Civiltà Cattolica

 

“Armonia multietnica che Faccini raggiunge mediando, con calda ispirazione, tra il realismo di cronaca e lirica visionarietà. Un’operazione civile intensa, sorretta da un doppio equilibrio: umano e stilistico...”

Gianluigi Rondi, Il Tempo

 

“Da un autore non allineato come Luigi Faccini un film bello, a ritmo di reggae, attraverso la notte delle periferie romane. Cinema e musica verità che ci chiama ad essere complici e testimoni. Un film che non imbocca la strada della disperazione...”

Maurizio Porro, Corriere della Sera

 

“L’originalità e qualità di Giamaica, oltre che nello stile e nella struttura narrativa, stanno nel descrivere i ragazzi di periferia non come delinquenti insalvabili. La eccellente direzione dà agli interpreti una felice naturalezza. Le musiche di Bernardini, Lombardi e Simeone, sono molto belle...”

Lietta Tornabuoni, La Stampa

 

“Rinunciando ad ogni artificio retorico il film di Faccini offre alle giovani generazioni uno specchio in cui riconoscersi, meglio e più che in tante storielle giovanilistiche di produzione nazionale. Peccato che non si possa ripetere sistematicamente l’esperienza del festival di Locarno, dove Giamaica fu accompagnato da un recital musicale dal vivo...”

Roberto Nepoti, la Repubblica

 

“Faccini ha costruito un melodramma di altissimo stile, giocato sui colori fiammeggianti dei murales disegnati da Titti, sulle fiancate del suo pulmino. Il suo film pare quasi un manifesto animato, che prende ancor più risalto nel buio della notte in cui è immerso...”

Callisto Cosulich, Avvenimenti

 

Giamaica è un film insolito per il cinema italiano, sganciato dal minimalismo e dal naturalismo, votato a raccontare (privo di schemi, sia consueti sia fuori della norma) una sua storia attraverso la macchina da presa. Luigi Faccini, che lo ha scritto, diretto e montato - straordinaria la riuscita formale -, trasforma corpi, oggetti e luoghi in un ideale murales. La sua novità e il suo valore stanno nella notevole cifra stilistica...”

Natalino Bruzzone, Il Secolo XIX

Luciano Barisone critico cinematografico, direttore di Panoramiche
Una meteora devastante
Il senso di Giamaica si preannuncia già dal titolo sul cartellone pubblicitario: un “altrove” esotico e di libertà su di uno sfondo oscuro, da cui emergono i tratti indefiniti di una silhouette rasta. È un senso che verrà meglio chiarito in seguito, quando da questa figura in movimento, che apre e chiude il film - una figura ibrida, perché unisce fattezze di razze diverse, volto indoeuropeo e capelli afroamericani - dalla quale, quasi per partenogenesi, nasceranno gli altri personaggi, nomadi, apolidi di un mondo esploso. Senza coordinate geografiche - né centro né periferia, ma solo una notte di strade eguali, percorse dall’odio e dalla violenza - i cinque protagonisti di Giamaica, novella schiera di scampati al diluvio universale sul fragile guscio di un camper dipinto, si pongono come un paradigma di umanità possibile, trasformando un fatto realmente accaduto in un concentrato di realtà. Rispetto al panorama del più recente cinema italiano, che cerca nella Storia o nella cronaca le ragioni del suo essere spettacolo, il film di Luigi Faccini si propone come una meteora devastante. Innanzitutto perché conferma che per fare del buon cinema non occorrono i grandi capitali. Poi perché ad un verosimile, esibito come via d’uscita dall’impasse narrativa, esso contrappone un “reale” preso come modello, mescolanza di astrazione “ideologica” e di concretezza antropologica (in Giamaica non è solo il significato delle situazioni e delle parole a produrre senso, ma anche e soprattutto la disposizione dei corpi parlanti, la qualità del loro agire). “L’allegria di naufraghi” che pervade il film è quella di chi si ferma un istante a considerare l’umanità presente, in formazione nei grandi centri urbani, frutto delle continue ondate migratorie, delle deportazioni etniche, dell’eterna forza centrifuga che espelle dalla culla verso il mondo. Laddove nella maggior parte della produzione nazionale contemporanea non si avverte l’urgenza del discorso, ma solo una certa vanità regressiva e ombelicale, oppure l’avidità di ficcarsi nel gioco ricco del mercato, qui siamo di fronte a un esempio di cinema moderno, che cerca con coerenza il suo percorso morale, ponendosi con serietà e commozione le questioni del presente e del futuro di quest’umanità disorientata. D’altronde non è da oggi che Luigi Faccini è “esemplare”. Tutta la sua carriera - di cineasta, ma anche di critico militante e di scrittore - è una continua corsa in avanti, ad anticipare i tempi di un cinema impuro, che si fa vivendo e non lambiccandosi il cervello nel chiuso di una stanza: dalle primigenie istanze neorealistiche - il rosselliniano “splendore del vero” o i “pedinamenti” zavattiniani -, alla fascinazione di Pasolini e Godard; dalla semiologia applicata alla lettura filmica - praticata in quel vero e proprio laboratorio critico che fu Cinema&Film -, all’imparare il cinema facendolo insieme ai suoi soggetti (l’esperienza di videoricercatore presso l’ospedale psichiatrico di Arezzo che per Faccini sarà fondante; dal primo lungometraggio, Garofano rosso (1976), mescolanza eccentrica di riflessioni ideologiche, suggestioni letterarie e intrusioni musicali rock, alla ricostruzione storico-documentaria di Nella città perduta di Sarzana (1980); dalla rilettura non convenzionale della follia poetica di Dino Campana, Inganni (1985), ai turbamenti esistenziali di una donna di fronte alla morte del padre, Donna d’ombra (1988); dai tragici vagabondaggi dei giovani di Notte di stelle (1992), e quelli, altrettanto drammatici, ma più aperti alla speranza, di Giamaica - entrambi episodi di una “trilogia” che Faccini conta di portare a compimento... Una carriera che corre lungo il filo della contaminazione tra finzione e realtà, cronaca e Storia, musica e letteratura, uomini e cose, linguaggi e set. E ha dei punti fermi, irrinunciabili: fare corpo unico con i soggetti filmati, in una comunione di senso e di spirito; leggere il presente sui volti degli attori, come una chiromante di fronte alle linee di una mano; rendere permeabile il tessuto della Storia, in un’ardua visione dal basso. Tre elementi che si ritrovano puntualmente in Giamaica, dove i proletari delle periferie romane non sono più quelli “ingenui e perversi” di Pasolini, ma i relitti estremi di una umanità che ha perduto i connotati originari per assumerne altri, intercambiabili, dietro ai quali battono gli stessi cuori di prima. Non è un caso che il film si ponga tutto fra una morte dolorosa e una nascita carica di speranza. Né che Roma sia pressoché invisibile, un chiaro-scuro indefinito dove centro e periferia si perdono. Né che il punto più alto della narrazione si situi in una scena drammatica ad alto contenuto simbolico: è quando i ragazzi protagonisti ritornano per l’ennesima volta sul luogo del delitto - là dove il loro amico è stato bruciato vivo - e vengono intercettati da una squadraccia fascista, che pistola alla mano li costringe al rituale, al contempo umiliante e rivelatore, di alterare i loro connotati con una mano di vernice. Là, in quel volto bianco dipinto di nero e in quel volto nero dipinto di bianco, sta il senso di una verità che nessun reazionario può cancellare: l’ineluttabilità di un meticciato che ormai travolge e nobilita la civiltà occidentale.

(Panoramiche, autunno 1998)

Paolo Mereghetti
Un percorso di conoscenza
La qualità che più colpisce rivedendo oggi Giamaica, a quasi sette anni dalla sua realizzazione, è sicuramente la lungimiranza. Non nell’individuare i problemi di una gioventù a cui la realtà si incarica quasi quotidianamente di bruciare i sogni (lo spunto da cui nasce il film viene dalla morte di un giovane, arso vivo nell’incendio di un centro sociale), ma piuttosto nel trovare una forma cinematografica capace di rispettare quella disperazione, di raccontare dei personaggi senza scalfirne la realtà concreta e quotidiana. Ma anche senza appesantire il film
con inutili esemplificazioni o didascalismi.
È indubbio che in certe scene di Giamaica si ritrovi lo spirito del Pasolini di Accattone, lo stesso rispetto per le ruvidità delle persone, per la loro verità “antropologica” fatta di gesti e di parole, di rabbie e di paure, ma è uno spirito che prende vita e forza attraverso una scelta di stile lontanissima dal classicismo realista del regista di Casarsa. Il viaggio nella notte dei cinque amici alla ricerca di una verità che in fondo spiegherà ben poco, lungo una linea narrativa continuamente spezzata, persa, ritrovata, poi nuovamente persa, non procede secondo una stringente logica di causa ed effetto ma piuttosto per associazioni visive, empatiche, emozionali. Con una libertà narrativa che difficilmente troveresti in opere dello stesso periodo.
Coerentemente con tutta la sua carriera cinematografica, Faccini si tiene lontano da un cinema falsamente spettacolare e pedantemente didattico per privilegiare con Giamaica un modo di raccontare che sappia dialogare
senza sopraffazioni con quelle “periferie invisibili” che erano già al centro del precedente Notte di stelle. Qui non è più riconoscibile una geografia precisa, sociologicamente precisa direi, come può essere quella della Roma pasoliniana, popolaresca e degradata: lo spazio in cui si muove il film è quello tipico di un non-luogo, senza identità e appartenenza, se non fosse per i resti carbonizzati del centro sociale. Allo stesso modo i suoi personaggi, dai cinque amici alla madre prostituta, dal “generale” ai tre aggressori, oscillano lungo un percorso espressivo che a volte ha l’immediatezza delle cose concrete e altre volte la vaga ambiguità del simbolo. Ma è solo in questo modo, mi sembra, intrecciando elementi realistici con divagazioni e sogni, il concreto e l’utopia, che diventa credibile il percorso di “formazione alla vita” che il film vuole raccontare, facendo di quei personaggi dei veri simboli, ma capaci in fondo di rappresentare solo loro stessi.
Un ulteriore merito del film, poi, è il coraggio di puntare su un gruppo di attori quasi esclusivamente non professionisti. Scelta difficile e coraggiosa (penso al coraggio non solo del regista ma anche della produttrice, soprattutto conoscendo l’assuefazione del mondo del cinema a regole non scritte ma ferree come il peso dei soliti volti noti) ma qui decisamente vincente. Senza una spontaneità così immediata e comunicativa, tutto l’impianto del film sarebbe crollato, a cominciare dalla libertà espressiva e stilistica su cui è costruito: è solo in quelle facce, in quei gesti sospesi tra l’abitudine e l’invenzione, in quei corpi a volte sgraziati altre volte armonicissimi e affascinanti che prende davvero vita il film. Il percorso di conoscenza che si snoda lungo tutta una notte, mescolando il dolore per la perdita di un amico allo stupore per chi si affaccia alla vita, si regge soprattutto sulla sincerità immediata e spontanea di una recitazione lontanissima dagli stereotipi del verosimile, sull’adesione totale e strettissima tra interprete e personaggio, tra volto ed espressione.
Il risultato è un film anomalo nel panorama italiano, soprattutto di fine anni Novanta, capace di scardinare le facili certezze di una pratica produttiva che rischiava di adeguarsi troppo facilmente a certe (false) regole di mercato e che invece qui riesce a mettere in crisi le abitudini dello spettatore per costringerlo a fare i conti con un mondo insolito e nascosto. E così la Giamaica che quei ragazzi sognano come alternativa a una realtà ostile e respingente, è anche la scommessa a favore di un tipo di cinema che sappia liberarsi dalle regole non scritte del verisimile (e del prevedibile) per obbligare i nostri occhi ad aprirsi su un modo di raccontare e di filmare che sia più autentico e più vero. Anche se più impalpabile e più sfumato.

Duel, intervista Luigi faccini
«Io ero il coach, loro la squadra...»

Quand’è che hai deciso di fare il regista?
Quando lo facevo già da una dozzina di anni, durante le riprese di Nella città perduta di Sarzana. Un bel giorno mi sono ritrovato per terra, disteso, a dimenarmi come un insetto, per mostrare ad un vecchio come si faceva a simulare la propria morte. Nella testa mi si accese una domanda: «stai mica facendo il regista?». Ma non erano tanto le istruzioni che davo a quell’uomo «lo facevo abitualmente con tutti gli attori con i quali avevo già lavorato», quanto l’immedesimazione che ci mettevo. In più quell’uomo, molto oltre gli ottanta, aveva partecipato ai fatti di Sarzana e a causa loro aveva subito un processo in contumacia, vivendo in Francia per gran parte della sua vita. C’era rispetto per la sua storia personale. Poi, sapete, tutta la mia vita è determinata da una strategia ormai non più soltanto inconscia, quella della ricerca del padre che non ho mai avuto. Forse cercavo di mostrare a quell’uomo che bravo figlio avrei potuto essere. Nel film la sua scena c’è. È quella del vecchio che si prende la pistolettata in testa e viene vestito per il funerale dalle contadine. Una scena forte, quella delle calze unite con lo spillo da balia. Credo di essere nato proprio quel giorno come regista...

Vuoi dire che dopo Garofano rosso non ti sentivi ancora regista?Non sembrerebbe vedendo il film, con tutta quella abilità nel muovere la macchina...

Allora ero uno che recitava da regista. Portavo la salopette sul corpo nudo, la barba rossa e i capelli lunghi, fumavo il sigaro toscano. Esteriorità. Il cinema come décor, del quale anch’io facevo parte. Un’idea feticistica del cinema, che sapevo fare in termini di mestiere, ma che mi apparteneva meccanicamente. Prima che il cinema fosse davvero mio ho dovuto conoscermi...

L’esperienza del manicomio, ad Arezzo, quanto ha inciso nella tua crescita?
Moltissimo, ma la gestazione di Inganni è durata dodici anni. Il passaggio obbligato ve l’ho appena raccontato. C’è voluto del tempo e un grande accumulo di esperienza per trovare il cinema che desse un senso a quello che ero diventato...

Il tuo stile ha caratteristiche inconfondibili, ma che tipo di lavoro fai sul set?
Non c’è soltanto il set. Ci sono i preliminari, la scelta degli attori, i sopralluoghi, la preparazione di scene e costumi. È tutto un patire e un godere frazionati. Comunque sul set io ho bisogno di correre. L’idea di girare un film in venti settimane mi ammazza. Sul set ho bisogno di dare corpo il più rapidamente possibile alle mie ipotesi di lavoro. Consumo una quantità enorme di energie. Sono io che faccio l’inquadratura e non guardo mai la scena al monitor. Sto lì, in piedi - non mi siedo mai sul set! -, in asse alla macchina, vivo ciò che accade, intervengo a caldo. È un fatto del tutto erotico, proprio per assumere su di me tutta l’incertezza di uno smacco possibile. Alla sera, quando vado in proiezione per visionare i “giornalieri”, sono in bilico tra rischio certo e dubbia felicità. Se non mi prendessi dei rischi dove sarebbe il piacere? A volte devo correggere qualcosa in montaggio, perché nel ciak che hai dato buono c’è una sfocatura o uno degli attori ha battuto gli occhi senza che tu te ne sia accorto. Ma sono i rischi che mi prendo a dare un che di “elettrico” al mio materiale. Semmai il problema sta nel conservare sempre questo assetto, che il materiale abbia una intensità costante...

Come ti collochi nel cinema italiano?
Non faccio parte di quelli che mettono in scena un piccolo-borghese e gli fanno fare la corsa ad ostacoli, con vittoria finale. Non mi occupo di vincitori, piuttosto di vinti. Anche se non mi considero lo sciamano dei poveri, voglio essere il testimone della sapienza e del romanzesco che c’è nelle persone qualsiasi, soprattutto quelli che la corsa la perdono. Sono da sempre un ricercatore, da sempre mi muovo in situazioni di crisi: manicomi, carceri, la strada. La mia adesione va ai perdenti e ai perduti, ai marginali, a tutti coloro che non vengono abilitati a diventare protagonisti nella realtà. Perché a monte c’è una responsabilità sociale: quella di non garantire pari opportunità. Se volete chiamarla differenza di classe, fatelo pure. Il mio atteggiamento, del resto, non nasce da curiosità antropologica o da pietà facile. Appartiene alle mie origini. Io sono figlio di naviganti, di gente partita e non tornata, morta per acqua, gente che non è mai stata ricca. Per questo la mia adesione al mondo dei vinti è del tutto spontanea. Con la gente che sta sul gradino più basso dell’esistenza ho forse mano migliore di altri...

Giamaica da dove parte?
Dalla morte di Auro Bruni, naturalmente. E dalla promessa che avevo fatto ai ragazzi di Notte di stelle che me l’avevano presentato: di fare un film perché non fosse dimenticato. Ma poi, oltre questa intenzione, c’era la mia voglia, oltre c he di confortarli, anche di proteggerli, dando loro qualche coordinata per sfuggire alla solitudine e all’abbandono ai quali sembravano destinati. Elaborare il lutto per la morte di Auro, cercare gli assassini, ma, in fondo, stare insieme, conoscersi, volersi bene, crescere. Avevo bisogno di un luogo nel quale respirassero la stessa aria - e il fumo delle canne che si facevano -, ma che consentisse loro di muoversi, percorrere, investigare. L’idea del pulmino nacque da questa esigenza, narrativa ed esistenziale. Il pulmino era il ventre materno, caldo, colorato, pulsante di luci, che avrebbe protetto i miei ragazzi. Quando ci avvicinammo alla realizzazione dell’idea vennero fuori una quantità infinita di problemi. Che i pulmini dovessero essere due, assolutamente uguali. Uno per gli esterni, decorato su tutta la carrozzeria, che avrebbe attraversato la città notturna con il suo carico di incertezze e di domande senza risposte. Uno da utilizzare in teatro, decorato solo sulle pareti interne, con zone semoventi della carrozzeria e tetto scoperchiato per consentire le riprese e l’illuminazione. Comprammo due pulmini Fiat 238 capaci di rotolare ancora per le strade. Tiziano Giuffrida, il Carlo di Notte di stelle e il Titti di Giamaica, li dipinse con l’aerografo, dando il via al miracolo del cinema. Io che ti dò l’esterno, come informazione, come riferimento spaziale, e poi “stacco” in interni, a bordo di quello che per te spettatore è lo stesso pulmino. Il film si avvalse di questa possibilità. Così, a Torre Angela, quando c’è la lunga sequenza in esterni dell’accoltellamento, e Titti e Chicco corrono a perdifiato, quello che si vede, dopo il campo lungo, dall’alto, sul pulmino che sgomma, sono i primi piani dei cinque ragazzi che discutono se non sarebbe stato meglio soccorrere il ferito, eccetera, rischiando di essere fermati e non creduti dalla polizia. Sembra una stupidaggine, ma dietro quella sequenzina “etica”, molto importante per il film, c’è un carrellino, con l’operatore che ascolta in cuffia le battute dei ragazzi e una incredibile serie di correzioni di fuoco. Quattro ore di lavoro per un minuto e mezzo di ansia recitata. Sequenza che non avremmo mai potuto girare “dal vero”, in esterni, perché non sarebbe stato possibile illuminare in quel modo, con quelle luci pulsanti, l’interno del pulmino. La soluzione dei due pulmini garantì la possibilità di ottenere il risultato fotografico che desideravo, ma anche contenere la durata della lavorazione e il costo del film...

L’altra soluzione poteva essere quella di girare il film tutto in esterni e a luce ambiente. Ma sarebbe stato un’altra cosa...
Un altro film, appunto. Con pellicole “veloci”, sgranate, macchina a mano e senza quelle luci mobili, gialle, verdi e rosse, i colori della Giamaica, che io ho voluto per immergere la storia in un’atmosfera onirica. In più avevo lavorato con i ragazzi come se fossero attori professionisti, insegnando loro tecniche che consentivano il controllo dello sguardo e della fissità dell’occhio. Tutto era finalizzato ad un certo tipo di film. C’era bisogno di silenzio e di concentrazione. Il pubblico infatti loda la loro prestazione. Non li vede come ragazzi di strada, ma come attori. Il risultato migliore che con loro ho ottenuto è stato quello di farmi ascoltare. Io ero il coach, loro la squadra che scendeva in campo. Hanno capito che avevamo una partita da giocare insieme. L’hanno giocata e l’hanno vinta. Nella mia strategia, se volete antropologica, ma soprattutto paterna, Giamaica non è un film che torna al sociale meccanicamente, come un qualsiasi film che viene proiettato in sala, anche se Giamaica è comunque una fiction; io ho costruito una storia che porta questi ragazzi fuori dal loro alveo quotidiano, ma nella vita non sono come nel film, tanto è vero che Giamaica, quando l’hanno visto in proiezione privata, li ha storditi. Erano loro, pur non essendolo. Avevano capito di aver raccontato, insieme a me, una storia nella quale avevano dato vita ad alcuni personaggi che a loro somigliavano. Il film mette in scena una strategia di fondo, rivolta a ragazzi che da persone diventano personaggi; e che, finita la lavorazione del film, sono tornati persone, conservando un poco del personaggio. Si è trattato dell’acquisizione di una capacità, di una crescita. Ne ebbi la conferma quando Chicco, l’operaio, dopo l’ultimo ciak mi abbracciò dicendomi: «Una cosa importante nella vita l’ho fatta!». È in questo senso che il cinema potrebbe svolgere una profonda funzione terapeutica...

(intervista raccolta da Luciano Barisone e Carlo Chatrian)

 

Egildo Simeone
C’è in ciascuno di noi, ed in me io lo sento, un uomo primitivo, un selvaggio... che danza al fruscio delle canne mosse dal vento, al rotolio dei massi in una morena, al borbottio dei torrenti, al crepitio del fuoco, un uomo che ulula con i lupi e ruggisce come un leone in amore. C’è un ritmo nel cosmo, nelle stelle, nello scorrere del sangue, un ritmo talmente sottile e impercettibile da udirlo solo nei momenti di estasi o di abbandono cosciente in zone remote del cervello. Ogni cosa è vibrazione, energia, è una frequenza diversa ed unica da intuire e scoprire. Non posso fare a meno di muovere le mani, le dita, di mantenere certi ritmi interiori, ed agire nella realtà, e di fronte agli altri, con gesti e fonemi perfettamente a tempo. Ho vissuto, anche nella musica, dentro schemi prestabiliti, dentro mode effimere, con un atteggiamento mentale di sopravvivenza e paura, dove un milionesimo di quello che veramente sono e posso dare si manifestava. Crescendo e frequentando Luigi, ho cominciato pian piano a scrostare quella vernice di cui da decenni ero intriso e che impediva la mia creatività musicale. Ogni colpo sulla pelle del tamburo africano risvegliava in me l’uomo antico e sempre nuovo.
Durante certe performance, a promuovere Giamaica o i suoi libri, entravo nel labirinto dei suoni che affioravano alla mia mente, sorpreso dalla mia stessa voce e dalla facilità con cui trovavo certi ritmi. Erano pochi istanti, ma così intensi da stordirmi, esaltarmi. Poi il razionale e il “buon senso” ristabilivano le regole. Ma erano bastati quei pochi attimi di ciò che dal profondo di noi era uscito perché gli ascoltatori presenti venissero, dopo, a raccontarci le loro emozioni e a ringraziarci. Era come se le nostre armonie profonde avessero fatto risuonare le loro, magari sopite da sempre, in una sorta di sinergia musico-spirituale. Tutto questo mi ha dato la voglia di continuare in questa ricerca, scendendo sempre più in profondità verso un silenzio vibrante, dove tutti i ritmi dell’universo vivono in perfetta comunione...

 

Livio Bernardini
Da un With a little help from my friend, versione Joe Cocker, scaturì, in una fra le molte sere trascorse in casa di Nanni Barbero, etnomusicologo e gran vinattiere lunense, quello che non esito a definire un rapporto di profonda amicizia con Luigi, non immune da affettuose diatribe intellettual-politiche, un’amicizia che si pasce di una vis polemica vicendevolmente rispettosa, che da ciò trae linfa e che presumo si rinvigorisca proprio in virtù delle opposte e sfrontate convinzioni parallele. Di più, la stima che io nutro nei confronti di quest’uomo supera di gran lunga un che d’amaro in bocca per certe sue posture mentali che, credo, nascano dall’impolitica urgenza di esprimere sempre la cruda (o crudele?) sua verità. È sul filo di questa profonda amicizia che sono nate occasioni, per me, di fare musica senza sacrificare l’estemporaneità del nostro suonare. Nostro, dico, perché con me rivaleggia, in ridondanze e fioriture sonore, Egildo, maestro cantatore, polistrumentista, music-box: unico, credo, in grado di eseguire una mess-ciua (mescolanza) sonora contemplante le tecniche vocali le più disparate, cavandone effetti tanto stravaganti quanto originali.
Si può ben dire che ad innescare questo processo sia stata intuizione di Luigi: l’occasione una serata al Teatro Impavidi (Sarzana) a commentare musicalmente alcuni brani da lui letti del suo primo libro La baia della torre che vola. L’esperimento riuscì talmente bene che ripetemmo la performance in una lunga serie di incontri, cui per molto tempo partecipò anche Antonio Lombardi, cantautore amegliese. Furono giorni fecondi, creativi, felici, tanto che Luigi ci propose di fare le musiche per il film che stava girando e che già nel titolo, Giamaica, stuzzicava fantasie, invogliandoci a navigare sognando e sonando. La cruda realtà delle periferie romane (è questo che il film dipinge), infatti induce più di un giovane a costruirsi una realtà altra da quella che vive, a perfezionare, notte dopo notte un sogno di riscatto e, in ultima analisi, di libertà; a coltivare un’idea che ha il fascino di un utopico approdo in un’isola felice, sia essa Africa o Giamaica, dov’è possibile semplicemente vivere! Il progetto, com’è ovvio, ci affascinò e ci mettemmo al lavoro buttando giù una serie di motivi, di arie, che avrebbero potuto essere il “tema” del film. Tra le altre una melodia vagamente “alla romana”, popolare, elaborata secondo un’accezione della romanità affatto personale e riecheggiante l’aura stornellesca mutuata dal folklore. Altre, strutturate con ritmi più concitati, conformemente all’idea di una città cosmopolita, frettolosa e alienante.
Altre più angoscianti, come un respiro affannoso o un rantolo di vita grama. Una, infine, che noi scartammo subito, sembrandoci inadatta e che, a nostro modo di sentire, riecheggiava il respiro dell’oceano fra le ventose balze dell’Irlanda.
Fu, invece, il tema del film non appena Luigi la ascoltò. «Bob Marley non era figlio di un irlandese!», ci disse.
«Contaminiamo musica celtica e reggae...» Modificammo la struttura ritmica di quel brano introducendo le sonorità africane del flauto tunisino, del djembè e del darbuka. Indescrivibile il faticato piacere di “vedere” la nostra musica!!! D’altro canto (repentino flash back), avevo già vissuto, pochi mesi prima, l’incredibile esperienza di “attore protagonista” nel film documentario Canto per il sangue dimenticato, realizzato dalla REIAC Film di Marina Piperno, per la regia di Luigi. Il film trattava di un eccidio perpetrato dai tedeschi nel giugno del ’44, ai danni di 83 minatori della Niccioleta: paese dell’entroterra grossetano nato in funzione della miniera di pirite lì aperta dalla Montecatini. Il film è, in effetti, un documento utile alla comprensione dell’eccidio, poiché ricostruisce sia la nascita della Comunità maremmana che lì si insediò fuggendo le insidiose pianure malariche, con la prospettiva di una esistenza dignitosa, sia la genesi della tortuosa vicenda sfociata nella strage stessa degli 83 minatori. La ferocia dei nazisti che risalivano velocemente al nord verso la Linea Gotica lasciandosi dietro un’atroce scia di sangue innocente; lo sporco lavoro di delazione e complicità dei fascisti locali: tutto è descritto con la meticolosa puntualità dello storico e con la sensibilità dell’uomo di cinema. Nel film io rappresento il filo conduttore della storia, ma anche la colonna sonora della Comunità: tra il “valzer” delle feste e il “requiem” del compianto. Nel buio della miniera o sul luogo del sacrificio c’è un uomo che fa corpo con la sua fisarmonica: sintesi sublime dell’esistenza e dei suoi riti.
Anche quelli furono giorni intensi: giorni di conoscenza, di crescita, di maturazione, pur se tanto giovane non fossi. Giorni degni di essere vissuti. È chiaro che il dialogo con Luigi e Marina (parlando di Luigi sottintendo Marina, e viceversa) non si è mai interrotto.

Dal primo With a little help... ad oggi, e sono passati quasi dieci anni, abbiamo costruito una miriade di spettacoli: letture, presentazioni di libri, l’Accogliere per i poeti Nathan Zach e Adonis, gli incontri di GENTE DI STRADA. Nelle scuole, e con gli studenti, ultimamente, abbiamo parlato di Resistenza, evocando con i canti i momenti salienti della più bella pagina di storia scritta dagli italiani. Mescolando opportunamente la rigorosa e affabulante scrittura facciniana con le nostre ridondanze musicali, siamo riusciti ad appassionare le multiformi platee studentesche a quella storia che taluno vorrebbe riscrivere o addirittura cassare, non per superare divisioni antiche ma per crearne delle nuove.
Antonio Lombardi
Il quadretto del tardo pomeriggio era quello dell’ozio e della svagatezza. Fra musica e caffé vestivo nuove anzoni
(una, fortunata, Anemia mediterranea, anni prima mi aveva fatto vincere a Recanati). Nello studio “liviolive”, aperto sull’aia del mio amico Livio, poeta contadino e, non ultimo, grandissimo fisarmonicista, stavamo cazzeggiando in musica assieme alla nostra terza anima, Egildo, mistico, pittore e viaggiatore. La tenda del fondo si spalancò ed un’animaccia lunga, austera, si presentò in penombra. Occhio profondo e potente, barba curata ed ispida, una presenza prorompente di quelle che ti sono subito antipatiche, ma che in verità sai che potrebbero celare proprio il contrario. Era quel Luigi Faccini regista cinematografico che apparve lì, attratto dalle note che ci nascevano e morivano tra le dita. Ci raccontò di un libro magico che aveva terminato di scrivere da poco, La baia della torre che vola, e di un film che stava preparando: Giamaica.
Col tempo ho capito del raggio d’azione di quella strana macchina sensoriale, vedeva a 360, scriveva su quei fogli di carta intravedendo già la scena, imbracciava anche nella scrittura la macchina da presa, tagliava ed incollava quei ciak finché gli stessi fogli bianchi si animavano di persone e luoghi che cominciavano a popolare, e colorare, la mente di chi ci si addentrava. Abbiamo cominciato, per scherzo, a strappare pagine e pagine da quel libro, musicandole ognuno di noi a modo proprio, costruendo insieme un amalgama di suoni misteriosi e originali, ma soprattutto veri, sempre diversi, che ci hanno poi accompagnato in giro per piazze e teatri.
Addio cantautore, la mia personale ricerca si arrestò bruscamente quella sera, non c’era più tempo, ormai ero entrato nel labirinto; ma solo adesso riconosco che da quel periodo artistico ho attinto e incastonato un tassello in più nella mia vita. Riuscire a musicare pagine come Valla, che può a molti voler dire poco o niente, ma quei 24 bambini massacrati dai tedeschi “passeri nel campo d’agosto...”, riapre in me una voragine di emozioni. Ormai la simbiosi col “regista” era compiuta e da lì a diventare anche autori della colonna sonora di Giamaica fu un vero gioco da ragazzi. Sperimentai le “dissonanze” richieste, dove gli accordi facili della chitarra non dovevano più esistere ed in quella libertà totale poteva apparire, come in un temporale, la melodia, un lampo, un pugno allo stomaco.
Un’ombra calma e rilassante viaggiava sempre al fianco di Luigi e con noi, dal nome leggero: Marina. Era ed è la suo eco dolce, di sirena, di torrente montano. Scherzando scherzando, il film ed il libro magico ci portarono, divertendo e divertendoci, da Locarno a Catania. Che devo dire oggi di Luigi Monardo Faccini?
Da umile cantautore, abituato a bere da un bicchiere né troppo pieno né troppo vuoto, dico che “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”; ma una cosa è certa, quell’anima lunga dallo sguardo sapiente, ha lasciato in me rughe profonde, che hanno reso più saggio il mio modo artistico di ricercar canzoni.
da non dimenticare la lodatissima colonna sonora del film
disponibile in CD
 
 

 

 

 

 
...e, in occasione del decimo anniversario del film,
è in fase di montaggio il “dietro le quinte”...
 
 

 

 

Alle pagg. 204-205 di Cinema come un'infanzia trovate il saggio di
Mino Argentieri, Esseri viventi, non individui che recitano.
Alla pag. 206 Andrea Silenzi, La musica racconta.
Alle pagg. 207-208 il saggio di Andrea Spini, Lo sguardo del sociologo.
Alle pagg. 214-214 intervento di Luigi Faccini, Il cinema: immagini per un dialogo tra i popoli
e la cultura della pace nel Terzo Millennio
(convegno internazionale di studi
presso la Pontificia Università Gregoriana, dicembre 1999).