S.O.S. Cultura
 
filmIppogrifo Liguria Marina Piperno, curriculumLuigi Faccini, curriculumdocumentarilibri Cesare Zavattinivertenza culturaattualitàgli eventi di Ippogrifo Liguriascrivici una e-mail torna al Cantiere Aperto

Contro il genocidio delle forme espressive nel nostro paese
L’idea che per uscire dalla stagnazione economica ci sia bisogno di un paese meglio attrezzato culturalmente si fa strada con grande difficoltà. Perché? Eppure ricorrono frequentemente le lamentele sulla perdita di competitività del nostro paese, anche se le diagnosi della malattia, purtroppo parziali, non aprono prospettive chiare. Frequentissime e sacrosante sono le invocazioni ad investire nella ricerca e nella formazione. Si dice che l’Italia non può competere sul costo del lavoro. La Cina e l’India prevarranno sempre. Ma sulla qualità è certamente possibile risalire la china. E si fa un gran parlare di Made in Italy. Ma è roba vecchia, che, in fin dei conti, significa: Ferrari, Armani, Vino e poco più. Non è soltanto la ripresa del Made in Italy che può farci uscire dalla stagnazione. Bisogna uscire dall’atroce minorità rappresentata dall’analfabetismo di cui soffre il nostro paese: 5,5% di analfabeti puri; 22% di semianalfabeti. Con questo gravame il ciclo di produzione e consumo non tornerà ad essere il volano che qualcuno, purtroppo anche l’attuale Presidente del Consiglio, un po’ elementarmente, ha indicato quale ricetta magica. Per riportare l’Italia ai livelli che le spettano, ricerca e formazione dovrebbero essere avviate come “piani strategici nazionali”, e di lungo periodo. Ma chi dovrebbe sborsare le enormi risorse necessarie? Tutti vorrebbero che si facesse avanti lo Stato. Ancora una volta l’imprenditoria italiana ha bisogno del latte Mellin e dei biscotti Plasmon. L’assistenzialismo, che da centoquarant’anni “droga” il nostro paese, è duro a morire. Era incominciato con Cavour. Mussolini ne aveva fatto strumento di governo dell’economia, di creazione e mantenimento del consenso. La “cassa integrazione” ne è stata la forma aggiornata, in uso tutt’ora. Il nostro è un paese strutturalmente “infantile”, tenacemente aiutato a rimanere tale. Da chi? Fin troppo facile indicare le responsabilità dei governi italiani che hanno utilizzato l’indebitamento pubblico per finanziare e gestire la continuità del loro potere. L’imprenditoria nazionale ha contratto volentieri la malattia indotta, pur sapendo che avrebbe nuociuto alle sue capacità di deambulazione autonoma.I cittadini l’hanno subita, condividendola, infettandosi progressivamente, invocando lo Stato ogni volta che i problemi diventavano insormontabili. Siamo rimasti a bàlia così lungamente che il “latte statale” ha causato regresso e precarizzazione generalizzata della nostra vita produttiva, ma anche relazionale. Tuttavia, ancora una volta, i cittadini - coerentemente, da analfabeti e analfabetizzati -, e l’imprenditoria, aspettano che lo Stato ci accompagni amorevolmente dentro il futuro globalizzato. Si riparla di protezionismo, ma in un mondo che sembra sfuggire al controllo dei paesi egemoni, Stati Uniti in testa, i quali rispondono alla crisi del loro modello di vita con la guerra preventiva. Ma non c’è novità alcuna nel comportamento di quel paese. Ha sempre mosso guerra per alimentare un’economia basata sull’industria bellica (e sull’audiovisivo), l’uno funzionale all’altro: vedere Hollywood e i suoi film di propaganda per credere… All’interno di un quadro simile, che azzera le valenze nazionali, pur escogitando sistemi federali, come l’UE, che le vorrebbe salvare, armonizzandole, ha ancora senso parlare di CULTURA? Intesa come quell’insieme di pratiche creative, destinate alla crescita umana e cognitiva dei cittadini, nonché alla stabilità del loro benessere mentale, prima ancora che economico? Ha senso in quanto la CULTURA è un complesso sistema di relazioni in atto, che non solo esiste, ma è in grado di svilupparsi e determinare, nei rapporti umani, livelli ulteriori di crescita. La CULTURA è tale quando possiede simili doti. Cinema, Teatro, Opera Lirica, Musica, Danza, Letteratura, Pittura, Scultura, sono il lievito della convivenza civile. Ha senso quindi occuparsene ampiamente, coinvolgendo l’intera comunità nazionale, investendo lo Stato di una responsabilità levatrice che non vesta più i panni del vecchio assistenzialismo, ma quelli della ben più fattiva formazione. Una VERTENZA CULTURA, capillare e generalizzata, ecco che cosa ci vuole per risollevare le sorti di “casa Italia”. Una scossa, ci vuole. La coscienza diffusa, ed anche impopolare, del baratro di ignoranza nel quale siamo precipitati. La formazione e la ricerca andrebbero finanziate da chi ne trarrebbe benefici, cioè da tutti i produttori di ricchezza, nessuno escluso. Lo Stato, oltre che partecipare in prima persona, dovrebbe fornire l’indirizzo etico e strutturale di fondo. Chi ha la vocazione disumana dello speculatore dovrebbe essere indotto ad umanizzarsi, ragionando in termini di guadagno e non di accumulazione selvaggia. I ricercatori esistenti dovrebbero essere trattenuti dall’emigrare. La scuola dovrebbe saper formare i formatori di domani. Solo così il livello del paese si solleverà dal penultimo gradino della classifica europea. I consumatori italiani dovrebbero diventare cittadini coscienti, criticamente partecipi alla vita nazionale. La CULTURA dovrebbe diventare motore di libertà e democrazia, non restare il povero recluso, ingobbito e smunto, che ci appare davanti ormai da qualche anno a questa parte. Avverrà? Un governo civile, un governo vero, dovrebbe avere a cuore questi obiettivi… E vengo all’oggetto, diciamo così settoriale, della nostra riflessione: la CULTURA CINEMATOGRAFICA. Anch’essa è vittima della stagnazione. Ma la ferita, forse inguaribile, che le è stata inflitta, è la progressiva - per via televisiva - analfabetizzazione. Privata malignamente del sostegno statale, impedita nella circolazione, scissa dal pubblico, marginalizzata dalla tv, impossibilitata a coprire i suoi costi di produzione dentro un corretto ciclo profittuale, eccola ridotta allo stremo, castrata, resa inoffensiva. Questo era lo scopo: privarla delle funzioni critiche, formative ed emozionali, che sono il succo del fare artistico. In virtù di queste funzioni, in qualche modo sancite dalla “dichiarazione dei diritti dell’uomo” e dalle Costituzioni più avanzate, si è sempre sostenuto, a ragione, che lo Stato ha il dovere di investire in prodotti che giovino alla crescita umana e spirituale dei suoi cittadini. Che lo Stato investa in CULTURA il denaro dei cittadini fa parte di una condivisa costruzione di civiltà. Come diciamo in molti, da Federico Fellini, fino a quando è rimasto in vita, al direttore d’orchestra Riccardo Muti, dai rappresentanti di autori e attori cinematografici, ai teatranti, danzatori e musicisti, è in corso un vero e proprio genocidio della cultura italiana. L’avvio di questo processo coincide con la fine della seconda guerra mondiale e con l’americanizzazione subita dai paesi occidentali, Italia e Germania in testa. La Francia ha saputo resistere, ma anche lei arranca, pur restando un modello - residuale - per l’Europa… Gli autori cinematografici hanno lanciato l’ennesimo allarme: “Il cinema italiano è paralizzato. Difficoltà burocratiche e tagli finanziari di ogni tipo stanno facendo morire aziende produttive e distributive indipendenti, hanno condannato alla disoccupazione autori, tecnici, lavoratori di ogni categoria e generazione. La legge che questo governo ha concepito nel chiuso di una sua commissione di esperti è ferma, come ogni attività del nostro settore. E se un domani diventerà operativa ridurrà di quasi la metà i film che venivano prodotti in Italia (30/40 invece di 80/90), e di questi meno della metà troverà spazio nelle sale cinematografiche del nostro paese. Perfino il Ministro dei Beni Culturali, Urbani (sostituito da Rocco Buttiglione nella primavera del 2005. Ndr), al quale vanno imputate gravi responsabilità circa l’annichilimento della cultura nazionale, di fronte alle ultime emergenze ha minacciato le dimissioni. Che l’intelligenza critica delle cose, la creatività e l’arte, debbano emigrare da questo paese?”

Una VERTENZA CULTURA non può che diventare una battaglia di crescita e di sviluppo, che coinvolga tutti i cittadini, formati e formandi, affinché venga garantita a tutti la libertà di conoscere e di scegliere. Una VERTENZA CULTURA diventa una battaglia di democrazia, di pace e di futuro.

_______________________________________________________________

Una lettera del movimento
Centoautori

Ai deputati e ai senatori della prossima legislatura, ai ministri del futuro governo

chi vi scrive rappresenta il mondo del cinema, della televisione, dell’audiovisivo. Cio' che raccontiamo si forma a poco a poco, mettendo insieme scrittori, registi, attori, scenografi, musicisti, operatori, maestranze: un insieme di creatività e competenze, un grappolo di saperi - studiati, appresi, tramandati.
Oggi, in un momento in cui si parla di paese ‘bloccato’, vorremmo portare la vostra attenzione su alcune semplici riflessioni. E avanzare delle proposte. Non lo facciamo con timidezza, non mormoriamo nei corridoi, non chiediamo la vostra amicizia per vederle realizzate - come forse un tempo avveniva.

Chiediamo queste cose a voce alta, pubblicamente.

In primo luogo la difesa dell’universo dei nostri diritti, che sono poi la nostra identita'. In fondo, l’unica cosa davvero nostra. I nostri diritti d’autore - inalienabili, incedibili, intrattabili - sono il frutto delle nostre intelligenze e del nostro cuore, vengono dal nostro vivere nella comunità: e' da qui, da questo sentire e narrare degli scrittori, dei registi, degli artisti, che nasce e via via si rafforza l’immaginario del paese. Chi vorrebbe rinunciare a questo? Chi vorrebbe avere, al posto di un romanziere, un burocrate? Chi puo' mai pensare che un portaborse messo li' da un partito possa essere meglio di un poeta?
È per questo che vi proponiamo di rovesciare il punto di vista consueto: non stiamo chiedendo facilitazioni, favori, denaro. Chiediamo che l’avventura storica del nostro cinema e di tutto cio' che dal cinema muove - il racconto televisivo ad esempio - possa tornare a essere centrale. Vi chiediamo dunque di pensare all’Italia non solo come a una fabbrica da far funzionare meglio o una famiglia di cui far quadrare i bilanci, ma anche come a un ambiente da affrescare, una grande parete chiara, una palpebra bianca su cui scrivere le storie che racconteranno - a chi verra' dopo di noi - cio' che eravamo, cio' che siamo stati, cio' che abbiamo cercato di essere.
Ci sono parole che sembrano dimenticate e che invece vorremmo che tornassero ad avere senso e forza. Parole come etica, trasparenza, competenza, passione. Parole che, una volte rese reali, significano che in alcuni ruoli specifici non devono mai piu' andare persone che rispondano a patronati, ma persone capaci, oneste, felici di essere chiamate a quel ruolo, e ricche di volonta' di fare, preoccupate esclusivamente del bene della collettività.
Nel cinema e nella TV, questo significherebbe avere persone disposte ad ascoltare, a proporre e a disporre, secondo coscienza personale e non su sollecitazioni esterne.
Nel governo del paese, significherebbe avere un Ministro della Cultura immerso nel battito vivo del paesaggio intellettuale, capace di dialogare col mondo della creatività, dotato del linguaggio giusto.
Ci sono parole come ricerca, innovazione, sperimentazione, che sembrano diventate impronunciabili - parole che spaventano chi crede che un film debba essere pensato solo per un pubblico chiuso nel conformismo, sconcertato di fronte a qualunque racconto non elementare o nuovo. E invece non bisogna aver paura del nuovo. Perche' il nuovo è il ghiaccio che si spezza – e sotto, piano piano, viene fuori una ricchezza che si faceva fatica ad accettare e che in breve diventa poi linguaggio condiviso.
Pensiamo alla parola meno usata di questa campagna elettorale: cultura. Nessuno e' contro la cultura, nessuno ne prende le distanze, nessuno confessa di detestarla, nessuno ammette di considerarla un peso, una roba per intellettuali lamentosi. E’ una parola consumata, che non dice piu' nulla, e perfino noi abbiamo difficoltà a usarla, per l’uso mercantile e falso che se ne è fatto.
È una colpa imperdonabile aver logorato questa parola cosi' importante, nella terra in cui la cultura e' invece cosi' vicina alle persone comuni: ci camminano dentro quando attraversano le strade, quando passano davanti alle nostre antiche chiese, quando guardano certi palazzi gentili, certe fontane armoniose, o quei lungofiumi che disegnano quinte di case in mirabili teatri all’aperto. Queste persone sono le stesse che provano una comunanza di sentimenti, pensiero e passione quando, al cinema o in TV, vedono quelle stesse strade, quelle stesse piazze, attraversate dal corpo e dalla voce dei nostri attori e delle nostre attrici. La nostra gente ama la cultura, anche se la chiama con tanti altri nomi. Ma la cultura va di nuovo messa al centro del campo di gioco, non va lasciata ai margini: bisogna far circolare le idee, far circolare i film, le musiche, i colori, i teatri, e tutto il resto che ci gira intorno.
Siamo una nazione ricca del nostro lavoro e della nostra cultura, ma proprio in questo settore, siamo dietro a molti, a troppi paesi. Abbiamo dunque bisogno di cambiare. Sembra difficile, ma non e' difficile. Sembra avere dei costi, e invece, tanto per cominciare, si potrebbe partire quasi a costo zero: insegnare il cinema nelle scuole; promuovere il lavoro dei nostri documentaristi sui luoghi di lavoro, nelle case, nelle campagne; avere delle vere regole di mercato; ruotare le nomine; far valere persone brave e competenti. Cose semplici, cose abituali in altri paesi. Servirebbe a noi, e a quelli che verranno…
Quelli che verranno, sono i ragazzi. I nostri - e vostri - figli. Sono quelli che nelle loro stanze, davanti ai loro schermi privati, scaricano film dalla rete, talvolta legalmente, ma piu' spesso illegalmente, arricchendo i provider che usano il nostro lavoro senza riconoscerlo, privandoci dei nostri diritti. Noi riteniamo che sia giusto che gli autori tutelino lo sfruttamento delle proprie opere, arginando la marea montante della pirateria, anche telematica. Ma pensiamo che sia anche giusto che i giovani possano avere accesso ai nostri film senza pagare un costo che li rende di fatto inaccessibili.

È qualcosa di cui dovremmo ragionare assieme.

Quando diciamo assieme, intendiamo dire che, rispetto a quanto accaduto finora, vorremmo mettere le nostre competenze al servizio della collettivita', proprio come sarete chiamati a fare voi una volta eletti.

Vi proponiamo di prenderci delle responsabilità dirette.

Se vorrete avere delle commissioni che ad esempio debbano decidere quali finanziamenti, a quali produttori, a quali registi, sulla base di quali garanzie - non cercate i nomi nella vostra rubrica privata, non chiamate i vostri amici, le vostre mogli, le vostre segretarie: chiamate noi. E non sottobanco, non come consulenti segreti. Ma, come in molti paesi europei, alla luce del sole. Per periodi di tempo stabiliti in cui non scriveremo, non gireremo i nostri film - ma assolveremo solo il compito che avremo accettato di svolgere.
Il cinema - quando una storia o un’immagine e' allo stesso tempo semplice e profonda - ha la forza immensa di dirci cio' che non sapevamo, di mostrarci cio' che non potevamo immaginare, nemmeno su noi stessi. Infatti il cinema, e tutto ciò che dal cinema discende, e' un’arte semplice. Ma semplice non vuol dire banale, semplice significa qualcosa che sta alla fine di un lungo lavoro. E’ per questo che, quando un film parla al pubblico e lo colpisce al cuore, si assiste a una specie di miracolo: lo spettatore, passivo per vecchia definizione, in realta' non e' passivo per niente: si anima, prende parte, si schiera, discute: che diavolo e' il monolite di Odissea nello spazio? E’ colpa di Mamma Roma se il figlio muore? Marcello, nella sua dolce vita, e' un tipo malinconico o e' uno stronzo? Ha ragione o no il professor Silvio Orlando a dire che I promessi sposi sono una palla?
La domanda che occorre porsi è questa: di cosa ha bisogno il nostro paese per ritrovare se stesso, per specchiarsi senza paura della propria immagine, immobilizzata in una maschera? Puo', chi governa, limitarsi ad avere il semplice ruolo di arbitro nella corsa dei cittadini al benessere economico individuale? Oppure, puo' limitarsi a chiedere ai cittadini di riconoscersi come comunita' soltanto nel rispetto delle regole, delle compatibilita' economiche, o di una maggiore equità fiscale?
C'è' bisogno di qualcosa di più. Dobbiamo decifrare il disagio, e raccontarlo, cercando nei nostri film, una specie di utopia concreta, un progetto di futuro possibile, a portata di mano, una rivendicazione orgogliosa, capace di vibrare in sintonia col paese reale: vedersi rappresentati, vedersi raccontati, aiuta a capirsi.

Perché di questo c’è bisogno: di tornare a vederci.

Perche' l’immagine che oggi ci rimanda gran parte della TV - la TV peggiore, schiacciata a rincorrere un consenso di puri numeri - non e' il paese vero. Dove stanno quelle donne cosi' finte, dove vivono quegli uomini cosi' stupidi, quei giovani cosi' vuoti? Chi incontra mai per strada o in un bar gente vestita in quel modo, atteggiata in quel modo, rincoglionita in quel modo?
Bisogna restituire alla TV - questo potenziale grande strumento di democrazia e uguaglianza - il suo ‘cchio: il che non significa deprimere l’ascolto, non significa non fare spettacolo, non fare intrattenimento, non fare fiction che appassioni il grande pubblico. Significa fare tutto quello che gia' si fa, ma pensando che chi guarda abbia voglia di vedersi come realmente e' - o come realmente sogna - e non come viene sbrigativamente rappresentato.
Abbiamo bisogno di buon cinema e di buona TV perche' abbiamo bisogno di un nuovo sguardo. Non solo per noi, ma per gli spettatori, perche' e' il pubblico ad avere bisogno di un racconto di se' più nuovo, piu' abitato dalla contemporaneita'.
Nello stesso modo, non siamo noi - gli autori, i cineasti - ad aver bisogno dello Stato, ma e' lo Stato che deve tornare a chiedersi se non abbia bisogno di noi: per sapere di nuovo chi siamo, dove siamo, come il paese puo' essere aiutato a ritrovarsi e a crescere.
Vi ricordiamo, per concludere, quanto il mondo del cinema e della TV e del teatro e della letteratura aveva scritto un anno fa, in occasione di una grande allegra manifestazione: “Crediamo che lo Stato abbia l’obbligo di assicurare ai propri cittadini il diritto di accedere alla piu' ampia varieta' possibile di opere - nazionali e internazionali, commerciali e di nicchia, di qualita' e di intrattenimento, di documentazione e di ricerca, restituendo al cinema e alla TV un ruolo di arricchimento culturale. Negli ultimi anni questo diritto si e' indebolito, riducendo la liberta' di scelta per autori e fruitori, semplificando i messaggi trasmessi alle giovani generazioni, impoverendo intellettualmente e umanamente tutta la collettività.”

È da qui che pensiamo si debba ricominciare. Sediamoci, parliamo.

Per aderire è sufficiente inviare una email all'indirizzo:
piuomenocentoautori@libero.it

PER INFORMAZIONI: GIULIA BERNARDINI; cell.: +39.333.6778229, e-mail: giulia.ber@gmail.com